Napoli su Manolas: accordo raggiunto, ma la Roma chiede tutti i 36 milioni

LA GAZZETTA DELLO SPORT - Aurelio De Laurentiis vuole Kostas Manolas per sostituire Raul Albiol. E in meno di 48 ore il presidente ha persino raggiunto l’accordo con il difensore della Roma: 3,5 milioni di euro a stagione per il prossimo quadriennio (…). Nell’ambiente Napoli danno già per fatta l’operazione. Ma, in effetti, non è così, perché manca l’accordo con la Roma che ne detiene la proprietà del cartellino (…). La questione si semplificherebbe se il Napoli decidesse di pagare per intero la clausola, che è di 36 milioni di euro: a quel punto non ci vorrebbe nessuno assenso da parte del club giallorosso. Il diesse napoletano ha parlato con Mino Raiola, che assiste il difensore della Nazionale di Grecia, dal quale ha ricevuto la disponibilità del giocatore al trasferimento. Tutto, dicevamo, in un baleno, tanto che persino la Juventus, interessata al giocatore, è rimasta spiazzata dalla manovra del Napoli (…).

Resta da capire se la Juventus riuscirà a convincere Gonzalo Higuain ad accettare il trasferimento alla Roma: il fratello procuratore ha dichiarato che in Italia, il pipita giocherà soltanto con la Juve. Una presa di posizione che condizionerebbe e non poco l’entourage bianconero, che ha proposto uno scambio alla pari. Il Napoli, intanto, è già forte dell’accordo trovato col giocatore e già domani potrebbe presentare alla Roma un’offerta comprensiva anche di una contropartita tecnica: nella Capitale potrebbe trasferirsi Amadou Diawara, il centrocampista guineano che non rientra nei piani tecnici di Ancelotti.


Totti addio, la caduta dell’impero: "Vado via, niente più alibi". L’annuncio domani nell'anniversario dello scudetto

LA REPUBBLICA - PINCI - È finita venerdì, intorno alle 17, quando Francesco Totti ha chiamato uno dei dirigenti di punta della società annullando l’appuntamento che avevano in programma per annunciargli la sua decisione: «Lascio la Roma». La decisione più sofferta della sua vita, persino più di quella che due anni fa lo convinse a rinunciare al campo per non tradire la società che non lo voleva più calciatore. E dovuta a una esasperazione cresciuta nei mesi, nell’attesa, nella delusioni quotidiane del sentirsi inascoltato da chi a parole ne tesseva le lodi. Quando con la voce grave ha detto basta, era passato un mese esatto dal comunicato con cui la Roma aveva salutato Daniele De Rossi, l’altro gemello allattato dalla lupa. Domani alle 14, riempiendo il salone d’onore del Coni concesso dall’amico Malagò per annunciare al mondo quello che ormai tutti sanno, sovrascriverà un altro anniversario, persino più rilevante: il 17 giugno di 18 anni fa Totti festeggiava il suo primo e ultimo scudetto con la Roma, promessa di una storia mai compiuta. La chiuderà nel peggiore dei modi possibili: raccontando chi a suo dire non l’ha voluto più, chi lo ha costretto a farsi da parte per non dover restare un gagliardetto senza utilità.

Ringrazierà chi in questa avventura dirigenziale gli è stato vicino e lo ha coinvolto, come il CeoGuido Fienga. Per il resto, l’intenzione è di far conoscere a tutti la propria versione dei fatti. E sarà un atto d’accusa al nemico di sempre, Franco Baldini, ieri dg della Roma americana, oggi consulente personale del presidente Pallotta, l’esecutore di quello che Francesco ha vissuto come un mandato: «Ora però senza più me e Daniele, gli alibi sono finiti», la sintesi del suo pensiero. A Totti, che dimissioni formali non ne ha ancora presentate, hanno provato a far cambiare idea: invitandolo a rimandare le decisioni a dopo le vacanze, in fondo martedì partirà per Ibiza. Ma non c’è stato verso, la decisione era presa. Una situazione tracimata nelle ultime settimane: a marzo s’illuse di poter contare davvero nei giorni più bui della stagione. Lo disse apertamente, ma da quel momento anziché guadagnare posizioni ne ha perse. Ignorato nella scelta di Petrachi come futuro ds. Bocciato nella scelta dell’allenatore. Non informato del viaggio a Madrid per ingaggiare il tecnico Paulo Fonseca. Ha aspettato per quasi due anni un ruolo da “dt” che Trigoria riteneva superfuo. Quando glielo hanno offerto senza coinvolgerlo in nulla, s’è sentito preso in giro: «Mi chiamano per presentare figure che non ho scelto». Il nuovo ruolo avrebbe comportato pure controindicazioni per tutto l’universo che ruota intorno a Francesco: la sit com con la moglie Ilary, le comparse nei tornei di calcetto in giro per il mondo, gli spot, attività collaterali sostanzialmente incompatibili con la vita di un dirigente operativo. Per questo il lato angloamericano della Roma si sente di essere la “scusa” perfetta per una rottura di comodo. Non solo: il segreto inconfessabile è che a Trigoria in tanti rimproverano al Totti dirigente di avere dato priorità a questioni personali come la sua biografia piuttosto che a quelle di squadra, come la trasferta a Baku del 2017, il viaggio a Londra di gennaio 2018, il ritiro dell’estate scorsa e persino la trasferta di Reggio Emilia con il Sassuolo, disertata per un compleanno. Mesi fa al presidente della Figc Gravina Totti confessò che con la dirigenza romanista con ci fosse un gran feeling. Un mese fa alla Hall of fame della Federcalcio, proprio Gravina lo tentò: «La nostra porta è aperta». Oggi gli offrirebbe di sviluppare le Academy azzurree valorizzare i giovani. Ma c’è pure chi gli propone ruoli da procuratore o da ambasciatore dei Mondiali in Qatar e dell’Expo 2020 a Dubai. Un modo per non doversi ritrovare all’Olimpico a tifare quella Roma da cui si sente tradito.


Il Napoli su Manolas con la regia di Raiola

CORRIERE DELLA SERA - Il Napoli, che sta per salutare Raul Albiol che vuole tornare in Spagna, si è unito a Milan e Juve nella caccia a Kostas Manolas, che può liberarsi con la clausola da 36 milioni di euro (…).I partenopei hanno offerto al greco un ingaggio da 3,5 milioni di euro netti a stagione, più ricchi bonus, proposta gradita al difensore. Non sono previste contropartite tecniche: la Roma vuole il pagamento della clausola e ha rifiutato Diawara. Il Napoli ha blindato invece Mertens


Francesco fenomeno nazionale

IL MESSAGGERO - ANGELONI - Una vacanza per schiarire i pensieri, per sciacquare i bollori e per rimettere la (sua) vita al centro del villaggio, che non sarà più Trigoria. Francesco Totti domani spiegherà, ci dirà la sua e poi aprirà l'agenda degli impegni. Andrà a fare la risorsa per il calcio, altrove. Ci guardiamo indietro e pensiamo a Bruno Conti, quando litigò con Franco Sensi e stava per andare a lavorare in Federcalcio. Sono passati circa quindici anni, anche all'epoca un figlio di Roma stava per abbandonare casa. Poi non fu così, le cose tornarono al loro posto e Bruno ha continuato a scrivere la storia della Roma. Stavolta non c'è Sensi, c'è Pallotta, dall'altra parte non c'è Conti ma Totti: tra loro sempre la Federcalcio ad aprire le porte, ma stavolta a via Allegri si chiuderanno forse con Francesco all'interno. Sì, quella è una opzione, la più accreditata. Totti in Nazionale con un ruolo alla Gigi Riva, un uomo oltre l'immagine. Lui, per la Figc, è un volto da esportare nel mondo, il trait d'union tra la dirigenza e la squadra, lo stesso presidente Gravina ha mostrato sensibilità ad accogliere personaggi importati per la Nazionale.

CLUB ITALIA Va solo capito che nome avrà questo ruolo. Da capo delegazione (anche se qui in pole c'è Gianluca Vialli), a team manager, quest'ultimo incarico di Gabriele Oriali, pronto a tornare all'Inter. Un ruolo vicino a Roberto Mancini, suo vecchio idolo da campo e ora amico di padel. Se la Roma è stata casa sua per trent'anni, la Nazionale è stata la casa al mare. Con l'azzurro ha vinto un campionato del mondo e Totti è sempre stato un personaggio significativo per l'Italia azzurra. A tal punto che la Figc ha nominato lui e Vialli come ambasciatori di Euro 2020, visto che proprio Roma sarà protagonista con la cerimonia di apertura con partita inaugurale e un quarto di finale che si disputerà all'Olimpico. Così come, sempre Totti, è stato proposto come uomo immagine italiana del prossimo mondiale in Qatar, 2022. Quindi buono per una poltrona in Figc e in Fifa, per conto di Infantino.

LE CHIAMATE Francesco da domani sarà a disposizione dello sport italiano, non a caso il luogo scelto per comunicare l'addio sarà il Coni e lì c'è il suo amico Malagò, che saprà come indirizzarlo nell'immediato futuro. Totti resterà nel calcio, perché quello ama, ma intanto se lo litigano le televisioni, sia come opinionista/talent, sia per fiction e comparsate varie qui o là, come noto c'è in cantiere un film sulla sua vita. Non avrà problemi e non erano i soldi a trattenerlo nella Roma. Quelli ne riceverà tanti in qualsiasi ambito. Il problema è non sentirsi utile là dove lo è sempre stato. E' un po' il concetto espresso da Batistuta proprio ieri sul suo ritorno a Firenze. «Con Commisso ci siamo salutati e ci ho parlato. Per il momento è finito tutto lì, dipende cosa vogliono loro che io faccia, vivo in Argentina e mi dovrei spostare. Vediamo, io aspetto. Se mi chiamano vorrei essere utile, altrimenti restiamo così come siamo». Utile. Ciò che Totti non può più essere nella Roma. Lo sarà per tutto il resto.


Sconcerto e rabbia in città: «Se non incide giusto andar via»

LA GAZZETTA DELLO SPORT - Domani, 17 giugno, l’ex numero 10 parlerà in conferenza stampa, chiarirà la propria posizione. Il 17 giugno, proprio come il giorno nel quale, grazie a un suo gol, la Roma vinse lo scudetto nel 2001. Per questo sui social sono tantissimi i tifosi che pubblicano la foto di Totti che esulta per la rete al Parma e accompagnano l’immagine con la didascalia «il 17 giugno che vorrei ricordare». Già, perché se Totti dovesse effettivamente annunciare il proprio addio, il trauma sarebbe forte. Ieri a Roma non si è parlato d’altro (…). Non un caso che anche altri ex giallorossi non vogliano sbilanciarsi in commenti prima di sapere che cosa dirà Totti in conferenza: «Non è ancora detto che vada via, la società lo vuole convincere a restare – precisa Lionello Manfredonia, in giallorosso dal 1987 al 1990 – (…)». Simile la posizione di Marco Amelia, che in giallorosso ha mosso i primi passi della propria carriera: «Se Francesco si rende conto di non poter incidere come vorrebbe, è giusto che vada via (…)».

La Roma è più americana che romanista, questa la sensazione della gente. Peggio, è il timore della piazza. Perché la Roma c’era prima di Totti e ci sarà anche dopo. In molti però non hanno mai vissuto i giallorossi senza di lui. Per questo c’è incredulità, c’è sbigottimento, c’è rabbia, c’è timore. Perché i tifosi hanno sempre fatto del romanismo presente fra campo e società il proprio vanto. Ora però, dopo l’addio di De Rossi, senza Totti la piazza si sente orfana, derubata dei propri simboli. E far rimarginare la ferita non sarà facile.


Totti lascia la Roma «matrigna». Mai più con Pallotta e Baldini

CORRIERE DELLA SERA - Era il 26 maggio scorso: Bruno Conti, Daniele De Rossi e Francesco Totti stretti nell'abbraccio della romanità calcistica. Ultima partita in giallorosso di DDR, ma, a pensarci, anche ultima apparizione di Totti come dirigente. Da lì in poi, una discesa a perdifiato verso l’addio che sarà sancito domani, alle 14, nel Salone d’onore del Coni. Quanto a Bruno Conti, ha il contratto in scadenza... Non è bastato il lavoro diplomatico di Guido Fienga, il nuovo Ceo giallorosso che in un mese ha dovuto mettere la faccia su decisioni che hanno portato ai minimi storici l’indice di popolarità della dirigenza (…). Totti si è sentito preso in giro per l’ennesima volta, descritto come un «talent scout» buono per valutare i ragazzini e non come un vero dirigente. E anche l’offerta della carica di d.t. è stata vista come una scatola vuota, arrivata quando le decisioni sul nuovo d.s. (Petrachi) e sul nuovo allenatore (Paulo Fonseca) erano già state prese da altri senza ascoltare le sue indicazioni (…). Data e luogo scelte per l’addio sono simboliche. Il 17 giugno 2001 è stato il giorno del terzo e ultimo scudetto della Roma, conquistato all’Olimpico con il 3-1 al Parma, aperto dal gol del numero 10 all’amico Gigi Buffon. Il Salone d’onore del Coni, diciotto anni dopo, è la nuova casa al posto di Trigoria «detottizzata» (…).

Totti sarà il testimonial della parte italiana di Euro 2020, l’edizione itinerante che vedrà la partita inaugurale proprio all’Olimpico. Da escludere, per ora, un incarico con la Nazionale di Roberto Mancini, che ha già i suoi delicati equilibri. Più che probabile, invece, lo sbarco tra gli opinionisti di Sky: nessun ex calciatore «buca» lo schermo come Totti. In questo momento, però, l’unico pensiero è staccare in vacanza con la famiglia.

Fino a quando ci sarà Pallotta presidente — e Franco Baldini consigliere — Totti non rientrerà più nella Roma (…). Riletto oggi, il saluto di Francesco all’amico Daniele De Rossi diventa profetico: «Torneremo grandi insieme!». Sottinteso: quando Pallotta non ci sarà più.


Salutando disse: «Ho paura». Adesso sappiamo perché… Aspettative, dubbi e veleni hanno divorato l’ultimo re

LA GAZZETTA DELLO SPORT - Trent’anni d’amore, vissuti nell’adorazione laica di una città, sono stati un anestetico formidabile verso il male di vivere che alla fine, in qualche maniera, cresce fino a presentarti il conto. Il capitano di una generazione, d’altronde, aveva iniziato a capirlo quando la sua parabola calcistica stava giungendo alla conclusione (…). Il tramonto della sua carriera di artista del calcio, sublimato in quell’addio che ha fatto il giro del mondo, lo aveva fiaccato nell’anima per quello che certificava: il senso della fine e la necessità di un rito di passaggio. Totti infatti due anni fa, in uno dei momenti più struggenti del suo discorso alla gente, lo aveva detto chiaramente: «Adesso ho paura». Niente poteva essere più sincero, niente poteva rendercelo più fratello (…). Chissà quante volte Francesco avrà riattraversato quella linea d’ombra che lo riportava con la memoria ai giorni del calcio giocato. Belli a prescindere, perché i problemi si risolvevano con un assist, un tacco, un tiro che scuoteva la rete e l’anima della città. Quello che a quasi tutti era impossibile, al Capitano veniva naturale. Niente a che vedere con ciò che è venuto subito dopo. Che fare? Un corso da allenatore? Sì, no, magari più tardi. Da direttore sportivo? Più avanti. E l’inglese che serve per parlare col mondo del calcio fuori dalle Alpi? Verrà anche quello. Il problema è che nella vita ciò che non afferri, viene preso da altri. Gli uomini in grigio (copyright Ranieri), quelli che sanno far di conto, hanno conoscenze giuste, fanno un passo indietro e uno di lato (…).

Non è escluso che abbia peccato d’ingenuità, credendo davvero che sarebbe bastato indicare la bravura o meno di un calciatore - come se fosse uno scout di alto livello - per materializzare un percorso da direttore tecnico. Non è andata così, e persino i suoi stessi tifosi non hanno mai avuto certezze sulla sua grandezza da manager, anche se tutti di sicuro hanno pensato: visti i risultati degli altri, almeno lasciate provare lui. Quel giorno non è mai arrivato. Come nel «Ritratto di Dorian Gray» ad un certo punto Totti deve essersi guardato allo specchio scoprendo di essere diventato ciò che aveva sempre detto di non voler essere: solo una bandiera buona da sventolare ai sorteggi e in tv. Troppo poco per uno che voleva essere grande con la Roma, scoprendo però che, se da calciatore almeno conosceva la strada, da dirigente avrebbe dovuto impararla (…).Se è vero che gli eroi muoiono tutti giovani, forse la gioventù di Francesco termina davvero solo adesso.


Totti, separarsi dal passato

LA REPUBBLICA - MENSURATI - «Sono Francesco Totti e mi hanno fatto smettere». Era il primo giorno del corso allenatori di Coverciano, e ogni candidato era stato invitato a presentarsi agli altri con una breve sintesi della propria carriera. Il capitano si alzò dalla sedia e con quella faccia spenta e senza sorriso che gli abbiamo visto tante volte da quando ha dovuto sostituire la fascia sul braccio con la cravatta sociale, disse solo questo: «Sono Francesco Totti e mi hanno fatto smettere». A pensarci oggi, quelle poche parole appaiono rapide e illuminanti come certi assist. Dentro c’era tutto. La consapevolezza del proprio ruolo e del proprio talento, l’accusa esplicita nei confronti di una società, la Roma made in Usa che, a suo avviso, non lo ha mai amato o, almeno non quanto doveva, la voglia incontenibile di continuare a giocare a pallone. Ma soprattutto, nascosta nella scelta di guardare al passato piuttosto che al futuro, a quello che era stato piuttosto che a quello che avrebbe potuto essere, c’era evidentissima la paura. Del resto, parlando direttamente al suo popolo, in quella sera commovente del maggio 2017, lo aveva ammesso lui stesso: «Adesso ho paura. E non è quella che si prova di fronte alla porta quando devi segnare un calcio di rigore. Questa volta non posso vedere attraverso i buchi della rete cosa ci sarà “dopo”».

Aveva ragione Francesco ad aver paura. Perché “dopo”, c’era solo questo. C’era la noia e la fatica di un nuovo mestiere difficile da imparare, c’erano le complessità e i sotterfugi di un ambiente che sotto i riflettori e lontano dal talento vive di lotte di potere e, spesso, di colpi bassi, ma c’era soprattutto la malinconia del tramonto, della gloria che, alla fine, dura sempre solo un attimo. E così, oggi che Totti si separa, forse per sempre, da questa Roma non più sua, sarebbe disonesto non chiedersi di chi sia davvero la responsabilità di una storia finita male. Se sia di una società che, dopo l’ennesima stagione sacrificata sull’altare di quel dio bizzoso e imprevedibile che è lo Spogliatoio, ha deciso di cambiare pagina affidandosi a un allenatore “esterno” e senza amici italiani, uno nato in Mozambico, cresciuto in Portogallo, maturato calcisticamente in Ucraina. Oppure se sia del dirigente Francesco Totti che in due anni non ha saputo reinventarsi, e comunque non è riuscito a recuperare alcun tipo di centralità all’interno di un progetto. Da domani e chissà per quanto tempo, Roma — una città maledetta da una strana inclinazione all’autofagia — non parlerà d’altro. I tottiani rinfacceranno agli americani, il ruolo di Baldini (il consulente societario da sempre individuato come il “nemico di Totti” numero uno), l’ipocrisia di Pallotta, finanche le scelte di Spalletti. A loro risponderanno quanti, in questi mesi, a Trigoria e non solo, hanno vissuto con insofferenza la vita mondana dell’ex Capitano, sempre pronto a mettere la Roma in secondo piano a favore di qualche evento personale — la presentazione di un libro, le riprese di una docufiction, i tornei di calcetto. L’impressione è però che quello che si preannuncia come l’ennesimo drammone sportivo della Capitale, in realtà non sia altro che la versione romana dell’eterna tragedia personale del grande campione che, arrivato al momento di chiudere la propria carriera, semplicemente non ci riesce, o comunque non riesce a farlo come vorrebbe o dovrebbe, e che, dunque, dopo tante luminose vittorie, finisce per conoscere la più amara delle sconfitte.


Totti stavolta sarà 'Franco'

IL MESSAGGERO - TRANI - James Pallotta fa ancora centro. Quando c'è da prendere la mira e inquadrare il bersaglio, non fa mai cilecca. Ed è lucidissimo se c'è da abbattere il simbolo della Roma e del romanismo. Tra metà maggio e metà giugno il presidente è stato infallibile. Colpo grosso. Perché doppio. Fuori Daniele De Rossi, il capitano dell'ultima stagione. E adesso Francesco Totti, da due anni dirigente senza alcun potere. Eliminati e umiliati, senza curarsi della piazza e della storia. La loro e quella del club. Anche se poi sono stati loro a farsi da parte, sentendosi improvvisamente indesiderati e comunque sviliti dalla proprietà Usa, indirizzata dal suggeritore scelto Franco Baldini che dal 2011 ispira ogni decisione impopolare presa poi a Boston.

AL FORO ITALICO Totti, insomma, va via. L'addio, dopo aver vissuto da giallorosso per 30 anni(entrò a Trigoria nell'89), è in programma nella casa dello sport italiano. Il giorno è domani, alle ore 14. Ma simbolica è la data: 17 giugno. La stessa dell'ultimo (3°) scudetto, vinto nel 2001 con Capello in panchina e Batistuta al fianco. Francesco non potrà mai essere felice, come lo fu 18 anni fa in campo e per strada, quando si presenterà invece nel Salone d'Onore, al primo piano del Palazzo H. E' stato Giovanni Malagò, il presidente del Coni, a concedergli il palcoscenico ideale per dar forza al suo divorzio da Pallotta e dai suoi seguaci che lo sostengono in ogni luogo, nella capitale e anche fuori. Nella conferenza stampa in cui ufficializzerà la sua uscita di scena ha già garantito che cercherà di entrare nei dettagli per evitare malintesi o scambi di persona. Sarà chiaro e definitivo. Lo ha promesso anche a chi, all'interno della società, gli è stato vicino in questi mesi. Avrebbe voluto salutare all'Olimpico, aprendolo ai suoi tifosi, come fece il 28 maggio del 2017. Non è stato possibile, per (ovvi) motivi di ordine pubblico. Non avrà accanto nessuno del Media Center giallorosso, a cominciare da chi, in passato, gli mise il silenziatore quando avrebbe già voluto essere sincero con la sua gente.

NESSUN RIPENSAMENTO La decisione è datata. Il Messaggero, lo scorso 16 maggio, titolò: Tottilo sposo dimesso. Solo 2 giorni prima, l'amico De Rossi, vedendolo in disparte durante la sua ultima conferenza stampa, lo citò come esempio per spiegare come mai non aveva accettato di fare il dirigente perché «Francesco incide poco». Un mese dopo Totti ha seguito l'ex compagno, rifiutando il ruolo di direttore tecnico (proposta ricevuta a voce, mai con bozza di contratto: quindi nessuna limitazione alle attività personali messa per iscritto) e rinunciando a 4 anni di stipendio (2,4 milioni). Ha telefonato a Guido Fienga, con il quale il rapporto è stato leale e diretto. E costruttivo: a marzo ha individuato e convinto Claudio Ranieri. Il Ceo ha accettato il consiglio, affidando in corsa la Roma all'allenatore di San Saba. L'altro ieri Fienga ha invece dovuto prendere atto che niente e nessuno avrebbe potuto ricucire lo strappo. Anche perché l'ennesima intervista di Pallottaal sito del club giallorosso ha avuto l'effetto boomerang, peggiorando la situazione già precipitata il 4 giugno quando Francesco è stato escluso dal summit di Madrid, dove il Ceo e Petrachi hanno presentato il progetto tecnico a Fonseca. Il tentativo di coinvolgerlo nel vertice di Londra è andato a vuoto. Anche per la presenza di Baldini, considerato (non solo da lui) il presidente occulto. Che, in 2 anni, gli ha fatto chiudere la carriera di calciatore e, per ora, anche quella di dirigente. Missione compiuta e allargata a De Rossi. Che alluse al consigliere durante lo sfogo del 14 maggio in sala Champions, ma mai come fece Ranieri, incontrando il giorno dopo i tifosi a Trigoria. Claudio, davanti al cancello del Bernardini, insieme con Daniele fu inequivocabile: «Ha deciso testa grigia a Londra».

CONVIVENZA IMPOSSIBILE Totti ha riconosciuto a Fienga il merito di aver ottenuto il sì di Pallotta per la promozione. Ma ha anche capito che il presidente avrebbe ascoltato sempre e comunque Baldini e non lui. Fiducia limitata, fino al punto di spingere in ferie il futuro dt durante il mercato. Francesco si è sentito sopportato e ha detto basta. Prendendo le distanze dalla nuova restaurazione: non è stato coinvolto nella scelta né di Petrachi né di Fonseca. Ecco perché parlerà lontano da Trigoria (e dall'Eur). Casa sua non è più lì. Meglio essere ospite dell'amico Malagò. «Del resto è una questione personale». Con il consigliere esterno di sicuro. E, chissà, anche con qualcuno più interno. Consiglio ai curiosi: domani è solo un altro giorno. Di questa Roma che non fa più sventolare le bandiere.


La Roma offre 20 milioni per Pau Lopez, ma il Betis risponde con un secco no

La Roma continua a sondare il mercato in cerca di un portiere che possa prendere il posto di Olsen. Dalla Spagna, come riferisce gianlucadimarzio.com, piace il 24enne Pau Lopez del Betis Siviglia. I giallorossi avrebbero offerto 20 milioni per il giocatore, ricevendo come risposta un secco no. Infatti il Betis considera Pau Lopez un incedibile.


Di Chirico: "L'amore per la Roma l'ho sempre avuto, una droga. Senza leader si va allo sbaraglio"

Alessio Di Chirico, lottatore italiano del circuito UFC e tifoso della Roma, ha rilasciato un'intervista alla Gazzetta dello Sport in cui ha parlato di Ranieri e De Rossi:

"L'amore per la Roma l'ho sempre avuto, una droga, chi è romanista sa di cosa parlo specie dopo l'annata difficile che abbiamo vissuto. Mi dispiace un sacco che se ne vada Ranieri, allenatore pazzesco, per non parlare di De Rossi. Daniele è una persona e un giocatore eccezionale, mi dispiacerà moltissimo non vederlo più. Proprio lui ha lo spirito del combattente. E poi il mediano è un fighter, non molla mai, è sempre pronto a dare una mano al compagno, sostiene l'attacco, sostiene la difesa. E poi il cuore: lotta o calcio, conta tantissimo. Sì, la vicenda si poteva gestire decisamente meglio, e a questo proposito mi auguro che i dirigenti tornino a lavorare a Roma: con Baldini a Londra e Pallotta a Boston i giocatori sono lasciati a se stessi. E da sportivo so benissimo quanto è importante avere dei leader che ti inquadrino, altrimenti poi si va allo sbaraglio".


Premio Golden Boy, tra i nominati anche i giallorossi Zaniolo, Kluivert e Luca Pellegrini

Il quotidiano Tuttosport ha indetto anche per quest'anno il premio Golden Boy, annunciando i 100 candidati. Il premio andrà al miglior giocatore Under21 dei maggiori campionati europei. la lista andrà mano a mano sfoltita fino ad arrivare ai 20 finalisti. Tra i nominati anche tre giallorossi: Zaniolo, Kluivert e Luca Pellegrini.