Inter, Dzeko conferma il sì ma la Roma rilancia

GAZZETTA DELLO SPORT - (...) L’Inter vuole Lukaku, (...) ma nel frattempo resta vivissima la pista Dzeko, malgrado anche con la Roma ci sia in atto da tempo una vera e propria guerra di nervi. Ieri l’Inter ha incontrato Martina, uomo di fiducia del bosniaco: le due parti hanno confermato la reciproca volontà di un futuro insieme. Edin lo ha ribadito anche alla Roma: il suo tempo nella capitale è finito, ha voglia di una nuova avventura e l’Inter è la squadra ideale per questo nuovo capitolo della sua carriera. La Roma però non molla, anzi pare aver rilanciato: per cedere Dzeko ora non bastano più 20 milioni, ne serviranno altri 5 di bonus. Strategia o altro braccio di ferro? Di sicuro la Roma non può cedere Dzeko prima di avere in mano un valido sostituto, che oggi non c’è. Il rebus è intricato, ma la soluzione non può essere lontana.


Domani test a Perugia, poi ecco il Real

IL MESSAGGERO - La ripresa del lavoro, ieri alle 17,30. Domani si torna a Perugia, al Renato Curi, dove alle ore 20 è in programma l’ottava amichevole della stagione. Davanti agli uomini di Fonseca gli spagnoli dell’Athletic di Bilbao. Domenica invece si torna all’Olimpico per la presentazione della squadra (ricordando che il mercato finisce il 2 settembre, dopo il derby della seconda di campionato), con amichevole di lusso: davanti ai giallorossi il Real Madrid. In palio la Mabel Green Cup (tagliandi in vendita, con gli abbonati che hanno diritto allo sconto di 5 euro).


Dzeko blocca Alderweireld

IL MESSAGGERO - CARINA - Il paradosso è servito. Lo stallo su Dzeko si ripercuote sul difensore. Perché per alzare l’offerta al Tottenham per Alderweireld (ferma a 20 milioni: a Trigoria non hanno fretta e sono convinti di poterlo prendere anche dopo giovedì, dead line del mercato in entrata in Premier), la Roma deve avere la certezza di non dover poi spendere per il centravanti. Ieri l’agente del bosniaco, Martina, è stato nella sede dell’Inter. Marotta è stato però chiaro: inutile rilanciare ora se la Roma non ha un sostituto. Lo faremo, a tempo debito. Visionato il baby Vitaõ(Palmeiras).


Roma, Veretout si mette in mezzo

IL MESSAGGERO - ANGELONI - Si è capito dalla telefonata, quel giorno, di Paulo Fonseca aJordan Veretout: il francese si è sentito importante. Centrale. Anche se lui è una mezz'ala, lo ha detto. Il 4-2-3-1, le mezz'ali, non le prevede, si sa. Ci vogliono due centrali che sappiano anche fare le mezz'ali. Più compiti, meno uomini di ruolo. Veretout e Pellegrini, ecco la coppia che ha in testa Fonseca. Due mezze ali che abbiano qualità, che sappiano conquistare la palla, salire, inserirsi, sostenere gli attaccanti, accorciare e non scappare, rubare palloni e gestirli. Pressing e possesso ad alta velocità, un lavorone.

I COMPITI - In queste settimane, Fonseca non ha mai avuto a disposizione l'ex viola, che il regista puro lo ha fatto solo lo scorso anno, ma così e così. Deve studiare, perfezionarsi, per certi versi imparare, perché Fonseca è diverso da Pioli e ognuno è diverso tatticamente da un altro. Veretout regista a Firenze era un altro rispetto a quello che vedremo qui. E ora si rigioca, mercoledì a Perugia, contro il Bilbao, poi domenica all'Olimpico, con il Real, appunto, vedremo. Ci sarà modo di studiarlo, almeno per qualche spezzone, per guardare di nascosto (ma nemmeno troppo) l'effetto che fa. Veretout-Pellegrini, Diawara-Cristante, ecco le coppie dei due di centrocampo. La seconda l'abbiamo vista a Lille, benino, il percorso di crescita è in pieno svolgimento. Il resto è tutto da scoprire, perché lo è Veretout stesso, che è arrivato da riatletizzare e con un residuo di problema alla caviglia. Lui, dei due, sarà quello che dovrà abbassarsi tra i centrali di difesa, per prendere il pallone e gestirlo, insieme anche al portiere, Pau Lopez. La Roma ha bisogno di alzare la qualità e l'intensità a centrocampo, ha la necessità di abbassare la quantità di errori, quei palloni persi che, con la difesa schierata molto alta, danno il là a continue, e letali, ripartenze avversarie. Giocare con gli esterni bassi in uscita continua, con le ali strette verso l'attaccante centrale in quella sorta di 2-4-4, diventa fondamentale l'attenzione nel palleggio e il recupero palla. Per questo si è cercati un calciatore non tanto con le qualità di regista ma uno che sapesse comunque catalizzare il gioco, appunto uno come Veretout. Che ha mostrato a Firenze di essere pure un calciatore caratteriale, di personalità. Da lui ci si aspetta qualche gol dalla distanza, ha un bel tiro, lo ha dimostrato in questi anni italiani. La qualità, dicevamo, Veretout se la porta dietro dal suo passato da trequartista. E il passato, si sa, non si dimentica.

EX TREQUARTISTA - Un po' come fu per Pizarro, che ha finito con il giocare basso, davanti alla difesa. Auguriamo a Veretout di fare metà della carriera del cileno, forse uno dei più bravi centrocampisti visti da queste parti. Con De Rossi componeva una coppia perfetta nel 4-2-3-1spallettiano: qualità e quantità arrivavano da entrambi, non venivano suddivise. Ecco infatti come lo stesso percorso dovranno farlo i vari Veretout-Pellegrini o Cristante-Diawara. Il francese in due anni in Italia ha segnato 13 reti in campionato, cinque lo scorso anno e otto nella stagione precedente, più due gol in coppa Italia. Assist complessivi, cinque. Ma come detto, il suo ruolo si è trasformato negli anni, da centrocampista offensivo, a mezz'ala, fino a centrale di riferimento, regista. Sta a lui ora dimostrare di non soffrire il salto in alto, di piazza, di ambizioni, di tutto. Restano fuori dal giro del centrocampo i vari Nzonzi, Gonalons e Coric (il vero mistero, mai in campo, nemmeno un minuto), tutti e tre sul piede di partenza. In più Zaniolo, Pastore e Antonucci, che entrano nel pacchetto di trequartisti. O altro.


Da Ago a Daniele, passando per Giannini e Totti, quant’è difficile dirsi addio senza polemiche

INSIDEROMA.COM – MATTEO LUCIANI - In principio fu ‘Ago’ Di Bartolomei, poi è toccato al ‘Principe’ Giannini e al ‘Capitano’ Francesco Totti, mentre l’ultimo, soltanto in ordine cronologico, è stato Daniele De Rossi; nella Roma giallorossa, staccarsi dalla propria bandiera in modo pacifico appare praticamente impossibile.

Icone di generazioni diverse, le quattro leggende del club capitolino sono state accomunate dalla fascia di capitano e dal dna romano e romanista, ma non solo; i capitoli finali delle carriere a tinte giallorosse del poker di protagonisti citati purtroppo non sono stati degni delle meravigliose storie d’amore che hanno contraddistinto i vari anni di militanza con la maglia da loro sempre amata.

Agostino Di Bartolomei, capitano di mille battaglie, protagonista del secondo tricolore della storia romanista e vincitore di tre coppe nazionali, lascia il club capitolino, dopo ben undici anni di militanza, al termine della stagione 1983/84. Davanti al pubblico di casa, il 30 maggio del 1984, la Roma vive una notte (sportivamente) tragica, perdendo ai calci di rigore la Finale della Coppa dei Campioni contro il Liverpool del portiere-giullare Bruce Grobbelaar. Quel maledetto epilogo, per i colori giallorossi, segna anche la conclusione del secondo ciclo dell’allenatore svedese Liedholm, vero e proprio mentore di ‘Ago’, nella Capitale.

Al capitano di un’intera generazione romanista viene brutalmente fatto capire che non c’è più spazio per lui. A Roma arriva un altro svedese, Eriksson, che nel suo calcio frenetico proprio non vede la figura di Di Bartolomei in mezzo al campo. Il presidente Viola parla di motivi “di ordine tecnico e comportamentale” per i quali il ragazzo di Tor Marancia non può più restare nella Capitale, a casa sua. Liedholm lo porta con sé, al Milan, mentre Roma è in rivolta e la Curva Sud dedica a ‘Diba’ lo striscione: «Ti hanno tolto la Roma ma non la tua curva». Il finale della grande storia d’amore tra Di Bartolomei e la Roma, tuttavia, sarà ancor più amaro. Durante il primo campionato nella città meneghina, infatti, dopo poche giornate si gioca Milan-Roma; Di Bartolomei segna e festeggia. L’esultanza è rabbiosa, quasi esagerata. La tifoseria capitolina, a quel punto, si sente tradita e non perdona, riservando al suo vecchio capitano un’accoglienza piuttosto dura nella gara di ritorno; una sfida nella quale Di Bartolomei mostra tutto il proprio nervosismo commettendo un brutto fallo sul grande amico Bruno Conti e arrivando perfino alle mani con ‘Ciccio’ Graziani. Il rapporto tra Agostino e la Roma si rovina inesorabilmente nonostante un amore che, da ambo le parti, rimarrà sempre fortissimo.

L’eredità del capitano-tifoso viene in fretta raccolta da Giuseppe Giannini, cresciuto all’ombra dello stesso Di Bartolomei, a partire dalla fine degli anni Ottanta. ‘Il Principe’, come verrà soprannominato per il portamento elegante tenuto sul rettangolo verde, cresce e si afferma in una Roma ben diversa da quella vincente di ‘Ago’. Sono anni duri per i tifosi della Lupa, soprattutto dopo la morte del leggendario presidente Dino Viola e la breve gestione di Ciarrapico, al termine della quale la Roma si trova sull’orlo del fallimento. Giannini, però, non si muove, rinunciando alla possibilità vincere in club più ambiziosi e giurando fedeltà eterna ai colori giallorossi nonostante una squadra non all’altezza della sua classe. Tutto cambia quando la società capitolina passa nelle mani di Franco Sensi.

Il rapporto tra i due non nasce nel migliore dei modi e si logora definitivamente nel marzo del 1994. La Roma naviga nei bassifondi della classifica e sfida la Lazio in un derby di vitale importanza. Vanno subito avanti i biancocelesti con Beppe Signori. Sul finire del match, uno scatenato giovane proveniente dalla primavera giallorossa, Francesco Totti, si procura il calcio di rigore che può ristabilire la parità; sul dischetto va ‘il Principe’, che sbaglia però clamorosamente. A fine gara, esplode la rabbia di Sensi: “se uno ha un rigore e lo sbaglia, non è degno di stare in questa squadra. Doveva tirare un altro al posto di Giannini, ma se poi avesse sbagliato voi giornalisti cosa avreste scritto?“. Il rapporto tra la Roma ed il suo capitano prosegue per altre due stagioni, principalmente grazie alla stima del tecnico Carlo Mazzone, di cui Giannini è il pupillo, ma finisce nell’estate del 1996 nel peggiore dei modi.

Mazzone saluta la Capitale e ‘il Principe’ viene scaricato senza troppi complimenti; costretto ad abbandonare il sogno di giocare tutta la carriera soltanto con la maglia della sua amata Roma, Giannini emigra in Austria (con tanto di sciarpetta giallorossa al collo il giorno della presentazione con lo Sturm Graz) prima di finire col calcio giocato tra Napoli e Lecce. Il 17 maggio del 2000, Giannini torna nella Capitale per dare l’addio al calcio in quell’Olimpico che tante volte lo aveva visto trascinare i suoi compagni. La Lazio, da pochi giorni, si è laureata Campione d’Italia e la manifestazione diventa l’occasione, per alcuni sostenitori romanisti, per dimostrare tutta la rabbia contro il presidente giallorosso Sensi. Zolle del prato strappate e porte distrutte: la storia di Giannini con la Roma e la sua gente non poteva finire in modo più brutto.

Si arriva, così, all’epopea di Francesco Totti che, come in un’ideale staffetta, raccoglie il testimone, un tempo affidato ad Agostino Di Bartolomei, dallo stesso Giannini. ‘Er Pupone’, grazie ad una squadra di grande valore costruitagli attorno, riesce lì dove ‘il Principe’ aveva fallito: la conquista del terzo tricolore della storia romanista. Arrivano successi e record. Totti scrive la storia della sua squadra e del calcio italiano grazie a numeri impressionanti. La Roma, nel frattempo, passa dalla famiglia Sensi ad un consorzio ‘made in USA’. L’uomo forte del gruppo, James Pallotta, diventa presidente del club nell’agosto del 2012 e garantisce: “Totti? Deciderà lui quando smettere“. I fatti sembrano dargli ragione visto che, sul finire del 2013, Totti firma un prolungamento del contratto da calciatore per altri tre anni (oltre ad un accordo da dirigente per ben sei stagioni). Il capitano, fiero, esclama: “La Roma mi ha trattato come una bandiera. A Del Piero non è successo..“.

Parole che, tuttavia, sembrano diventare ancor più lontane rispetto agli effettivi due anni e mezzo nel febbraio del 2016. Il Capitano, ormai vicino alla scadenza del proprio contratto, non riceve comunicazioni dalla società e chiede “rispetto” per la sua figura. La Roma non si espone sulla possibilità di rinnovo, facendo filtrare, anzi, la decisione di considerare il Totti calciatore ormai un ex visti i quarant’anni imminenti. Il numero dieci, dal canto suo, non ci sta, vuole continuare a giocare e inizia a valutare anche offerte di altri club. Si tratterebbe del finale più amaro; per fortuna, però, viene sventato. A far pendere l’ago della bilancia dalla parte di Totti sono la sua classe e l’ambiente in cui si trova più a suo agio: il rettangolo verde. Quattro gol decisivi nel giro di poche settimane tra Atalanta, Torino e Genoa ma, soprattutto, la sensazione che appena scende in campo lui si accenda la luce. Alla fine, dunque, pur con la sensazione che tanto il club quanto l’allora mister Luciano Spalletti non siano entusiasti, Totti sigla il rinnovo per un’ulteriore stagione da calciatore. La stagione 2016/2017 inizia come era terminata quella precedente: con un Totti sempre decisivo quando chiamato in causa, ad esempio nel match casalingo sotto un terribile nubifragio contro la Sampdoria di Giampaolo. Un assist pazzesco per Dzeko e un calcio di rigore realizzato a tempo ormai scaduto regalano alla Roma tre punti importanti, dopo che la squadra era andata sotto nel punteggio e aveva mostrato tanta confusione in campo.

Scorrono le settimane, tuttavia, e Totti perde sempre più spazio nelle gerarchie del tecnico Spalletti; un po’ a causa di alcuni contrattempi fisici, un po’ perché i quarant’anni ormai compiuti iniziano a farsi sentire sulle gambe del talento di Porta Metronia, si ripropone la medesima situazione della stagione precedente: tra il numero dieci giallorosso e l’allenatore toscano volano stracci. La stagione, comunque, si conclude con la Roma che raggiunge la qualificazione diretta alla successiva Champions League e il record di punti nella propria storia in Serie A (87).

Francesco Totti prende tempo sul proprio futuro, da parte sua non molto contento del trattamento della società nei suoi confronti, ma alla fine sceglie di iniziare il percorso dirigenziale già prospettatogli anni prima sotto la gestione di Rosella Sensi. “Tutti vissero felici e contenti”? Macché.

Dopo un anno di apprendistato nelle retrovie, l’ex numero dieci reclama più spazio nella dirigenza romanista, stufo di essere unicamente una ‘figurina’ da spedire in giro per il mondo e soprattutto di sottostare alle decisioni del suo ‘nemico giurato’ Franco Baldini, consigliere personale del presidente Pallotta. Si arriva, infine, alla clamorosa rottura e all’innaturale addio di Francesco Totti alla Roma: un’altra bandiera che si separa polemicamente dai colori giallorossi.

Il caso più recente, invece, riguarda Daniele De Rossi. Cresciuto nel settore giovanile del club e lanciato tra i ‘grandi’ sul finire della stagione 2002/2003 da Fabio Capello, il centrocampista di Ostia si afferma negli anni come uno dei calciatori più completi a giostrare in mezzo al campo. Non tardano, dunque, ad arrivare offerte dalle squadre più importanti d’Europa, Real Madrid su tutti. Nell’estate del 2008, in particolare, le ‘Merengues’ mettono sul piatto una proposta sontuosa sia alla Roma di Rosella Sensi sia al ragazzo; la società capitolina avrebbe bisogno di soldi freschi, viste le sue casse malandate, ma declina la proposta perché non se la sente di tradire il proprio popolo con una cessione sentimentalmente tanto dolorosa. Dal canto suo, De Rossi è ben contento di rimanere in giallorosso perché, come ha modo di spiegare in prima persona, “il mio rimpianto è quello di poter donare una sola carriera alla Roma”.

Un amore del genere sembrerebbe non poter avere fine e invece si arriva allo scorso maggio con Daniele De Rossi con il contratto in scadenza alla fine del mese seguente e senza notizie sul futuro da parte della Roma. Il calciatore comprende bene che segnali del genere non siano incoraggianti in merito alla possibilità di restare e infatti il 14 maggio il club annuncia con un comunicato che l’esperienza, anzi sarebbe meglio dire la vita, giallorossa di De Rossi ha fine con la naturale scadenza del suo contratto il 30 giugno successivo. I tifosi giallorossi esplodono di rabbia, ma a nulla servono le proteste verso la società americana con la richiesta di tornare sui propri passi: Daniele De Rossi sceglie di continuare a giocare, ma non può farlo con la Roma. Rifiuta la Fiorentina, perché proprio non ce la farebbe a scendere in campo contro chi veste la maglia della ‘magica’ e sposa il progetto del Boca Juniors, da sempre compagine ammirata dal ragazzo per il calore del suo stadio e dei suoi tifosi.

Finisce, dunque, in modo traumatico, beffardamente per l’ennesima volta, quella che era stata una fantastica storia d’amore tra la Roma, il suo popolo e un capitano romano e romanista.


Nainggolan è ufficialmente in prestito al Cagliari

Radja Nainggolan vestirà rossoblu. Dopo le consuete visite mediche di ieri, nella mattinata di oggi è arrivata la conferma del trasferimento dell'ex giallorosso in casa Cagliari: secondo quanto riporta Cagliaricalcio.com, la formula adottata è quella del prestito secco fino al prossimo giugno.


Defrel in stand-by per il Cagliari

Gregoire Defrel potrebbe non andare al Cagliari. Retro front per il giocatore giallorosso già proiettato verso la squadra sarda: l'accordo prevedeva il prestito con obbligo di riscatto per 15 milioni. Secondo la giornalista Eleonora Trotta, le società non hanno trovato una completa intesa per la modalità di pagamento.


Strootman: "Spero che vada tutto bene per Daniele in Argentina"

Kevin Strootman ha parlato del momento del club capitolino dopo l'amichevole di ieri sera tra Marsiglia e Napoli. Queste le sue parole: "Sarà un futuro diverso per il club, spero che la Roma possa fare bene perché ho giocato cinque anni lì e sono rimasto legato alla città. Se mi manca? Certo - sottolinea - . De Rossi e Totti erano la Roma, ma la proprietà ha deciso così, ha cambiato strada. Spero che Daniele possa fare bene in Argentina“.


Tante squadre imperfette tra eleganza e trasformismo

CORRIERE DELLA SERA - [..] L’ostacolo che ha reso lentissimo il mercato dell’estate è stata la folla di partecipanti. Il mercato di alto livello è già difficile con un acquisto per volta. Muovere insieme Icardi, Higuain, Dzeko, Dybala nello stesso caso è quasi impossibile. Finora ha pagato per tutti l’Inter, vittima dell’avversione della Juve ma anche di alcuni errori sorprendenti, il più serio quello di gridare con orgoglio di aver cacciato sia Icardi che Nainggolan. Così ha scoperto il gioco e dichiarato le sue difficoltà. Quale è stato il vantaggio? Forse accontentare Conte, ma è un po’ poco davanti al danno. Conte è un perfezionista elettrico, dagli ingressi travolgenti. Marotta è uno stratega da uno scalino alla volta, una lunga tela che solo verso la fine mostra la figura. Ho l’impressione che sia questa mancanza di simmetria tra lui e Conte a tenere l’Inter ancora ai margini. La stessa cosa vale per il confronto con Paratici. Anche lui è un rapido, ha più tattiche che strategie, ma pensa e colpisce quasi nello stesso istante. La mossa che ha messo in grande difficoltà l’Inter è stato lo scambio Spinazzola-Pellegrini perché senza muovere un euro ha pagato il bisogno di plusvalenze immediate che aveva la Roma e ha bloccato Dzeko a tempo indeterminato. L’Inter è lì che sta ancora cercando lo sconto. Questi sofferti cambiamenti degli altri stanno favorendo la competitività di due squadre diverse, Atalanta e Torino, non a caso già cresciute a luglio, e forse soprattutto del Napoli, tutte rimaste fondamentalmente se stesse. Non si tratta di considerarle in corsa con le altre, adesso è difficile capire qualunque insieme del campionato. Torino e Atalanta sono però due squadre molto più reali di un anno fa, hanno compiuto un giro di giostra, ora sanno come divertirsi.[..].


In panchina l'arma in più per resistere alle follie

LA REPUBBLICA - BOCCA - Purtroppo per Conte, l'Inter va bene, tiene testa alle grandi squadre, qualche volta le batte persino. Come si dice, si vede la mano dell'allenatore che le ha dato forza e carattere. Potrebbe pure continuare così no? A Londra col Tottenham, finalista di Champions, l'Intersi è presentata inizialmente con Handanovic e  D'Ambrosio, De Vrij, Skriniar — Candreva, Gagliardini, Brozovic, Sensi, Dalbert - Esposito, Perisic. Vale a dire l'Inter dello scorso anno, con Nainggolan e Icardi e in meno e con Sensi, preso in prestito dal Sassuolo e riscattabile a 25 milioni totali e il tenne Sebastiano Esposito in più. Un prestito dalla Primavera stessa dell'Inter e sorpresa di questa estate di attaccanti mancati. L'Inter sta affrontando una prova ad handicap, un test non tanto per la squadra quanto per Conte stesso. Un po'di infortuni, il turnover, qualche problema, ma soprattutto nessuno dei big che Zhang & C sembravano poter prendere con uno schiocco di dita e che invece, a oggi, sono ancora dove stavano prima: Lukaku al Manchester Utd e Dzeko alla Roma.
Purtroppo per Conte, lui stesso ha dimostrato che i soldi sono sì la via più breve per la soluzione di tutti i problemi, ma non per questo a nessuno va a genio buttarli dalla
finestra. Lui, il mister, può essere la soluzione: inventando calcio anche lì dove sembrerebbe impossibile. Nemmeno Suning che ha 20.000 dipendenti e 30 miliardi di dollari di fatturato, spende volentieri 85 milioni per Lukaku e 20 milioni per Dzeko (a
un anno dalla scadenza di contratto, quando si libererà a zero euro). Semplicemente perché
non li valgono, e perché non è obbligatorio adeguarsi alle follie della Premier o alle megalomanie dei giocatori e del loro procuratori che hanno reso impossibile il mercato. Che infatti al momento è indistricabilmente bloccato dalle richieste scandalose, dai reciproci
no, dai dispetti, dall'impossibilità di mettere d'accordo troppi club e troppi giocatori.
A prescindere dal caso Icardi, gestito con troppa disinvoltura ed eccessiva ingenuità — cosa credeva Marotta che l'argentino e Wanda Nara gli avrebbero steso un tappeto rosso? - l'Inter però ha cominciato anche a uscire delle trattative a senso unico. Antonio Conte pensava di essere arrivato finalmente nel paese dei balocchi e di poter davvero cenare in ristoranti da 100 euro, ma alla fine è dovuto ricorrere a tutto il mestiere appreso in 13 anni di carriera d'allenatore, da Arezzo all'Inter, passando per Bari, Atalanta, Siena, Juventus, Nazionale, Chelsea.
Campionato e Champions ci daranno un panorama meno da “Vamos alla Playa”, un attaccante o due l'Inter a Conte dovrà comprarli, ma lo farà con meno affanno e senza paura di rimanere a piedi. Intanto anche stasera si cena discretamente all'osteria...


Un tweet di Wanda Nara accende il tifo sui social

CORRIERE DELLA SERA - «Insegneremo al mondo cos’è l’AMOR». È bastato un tweet criptico di Wanda Nara, per riaccendere le fantasie romaniste su Mauro Icardi. In molti tra i tifosi giallorossi, soprattutto sui social, hanno visto nella parola «amor» della moglie dell’argentino un riferimento alla Roma, destinazione che nei giorni scorsi gli è stata prospettata nell’ambito della trattativa per portare Dzeko all’Inter. Operazione, quella che riguarda il bosniaco, non più certa come qualche settimana fa.


Pressing, condizione, idee e gol: il cantiere Fonseca convince

GAZZETTA DELLO SPORT - La Roma sta seguendo un percorso in salita. Prima due amichevoli contro avversarie di Serie D (Tor Sapienza e Trastevere), poi tre contro formazioni di Serie C (Gubbio, Rieti e Ternana), quindi è uscita dalle porte di Trigoria ed ha affrontato in trasferta una squadra di Serie B (Perugia) e due giorni fa ha sfidato una rivale della Ligue 1 (il Lilla, lo scorso anno 2° alle spalle del Psg). Il saldo: 41 gol segnati e 5 subiti. Niente male, no? Detto che adesso l’asticella si alzerà ancora in vista della sfida di mercoledì contro l’Athletic Bilbao e (soprattutto) di quella di domenica contro il Real Madrid, in generale si può dire che il cantiere aperto da Fonseca sta cominciando a funzionare.
Si sa che l’allenatore portoghese, visto il buon calendario dei primi turni di campionato, intende fare una partenza forte per galvanizzare l’ambiente e dare autostima al gruppo. L’impressione, infatti, è che dal punto di vista fisico la squadra stia rispondendo bene. Non è un caso che nelle ultime due partite giocate la Roma sia andata in gol nel finale, mostrando – soprattutto contro il Lilla – una ripresa nettamente superiore alla prima frazione.