Il sogno realizzato di capitan Pellegrini, titolare con fascia davanti a… Totti

LA GAZZETTA DELLO SPORT - E’ sembrato quasi un segno del destino. Il luogo era nobile (San Siro), l’avversario di prestigio (la capolista Inter), il pubblico sontuoso (67.000 persone) il (primo) tifoso in tribuna eccellente (Francesco Totti). In questa cornice, due giorni fa, Lorenzo Pellegrini ha celebrato un giorno in qualche modo indimenticabile: la prima volta da capitano dall’inizio. Il predestinato, quindi brucia le tappe, quasi a voler dar ragione proprio a Totti che da tempo lo ha indicato come erede nella Roma dal punti di vista della leadership in campo e fuori.


Ma quali riserve? Con Mirante e Diawara ora Fonseca è più ricco

LA GAZZETTA DELLO SPORT - Se per la prima volta in stagione l’Inter di Conte è rimasta a secco gran parte del merito è di Antonio Mirante. E se, per la prima volta dopo settimane, il centrocampo della Roma è sembrato quasi perfetto non è solo grazie a Veretout: il merito è anche della crescita di Amadou Diawara. Sono stati loro i protagonisti della sfida di San Siro: il portiere a sorpresa,  visti i problemi fisici di Pau Lopez, il centrocampista meno, visto che ormai sta diventando una certezza della Roma.


Roma, la legittima difesa

IL MESSAGGERO - La solidità, caratteriale e tattica, è il segreto del nuovo corso. Fonseca ne ha preso atto a San Siro, senza rinnegare il suo calcio propositivo sui cui ha puntato fin dal giorno del suo insediamento a Trigoria nell’estate scorsa. La Roma, e lo ripete spesso, deve avere «coraggio». Lo ricorda anche a Petrachi, quando c’è da individuare i rinforzi per la sua rosa. In campo, cioè nel lavoro quotidiano e in ogni partita, cerca di utilizzare sempre e comunque almeno 4 giocatori con caratteristiche offensive. Ma, dopo 15 partite di campionato e 5 di Europa League, la risposta migliore l’ha avuta dalla difesa, cancellando qualche perplessità venuta a galla, all’inizio del percorso, per l’eccessiva spavalderia. Adesso, e da più di 2 mesi, il reparto arretrato è il meno battuto della serie A. Il migliore da ottobre, con 6 reti incassate nelle ultime 10 partite di campionato (striscia cominciata il 29 settembre a Lecce). La svolta, quindi, c’è stata, guardando soprattutto alle 9 reti prese nelle prime 5 giornate. La Roma, venerdì sera, ha fermato l’attacco dell’Inter, capace di far sempre centro nelle altre 19 gare dell’éra Conte: 40 gol tra serie A e Champions e media di 2 a partita. E 24 realizzati in coppia da Lukaku e Lautaro che non sono riusciti a superare il muro giallorosso formato da Mancini e Smalling. Test, dunque, più che attendibile. Il tandem giusto è stato quello di Fonseca. Con loro in mezzo alla difesa, il 4° dei 5 clean sheet del torneo (totale di 7, con i 2 in Europa League, in 20 gare) e solo 2 reti incassate nelle 6 giocate uno vicino all’altro. I numeri danno ragione al portoghese: l’azzurro (squalificato, salterà domenica la Spal) con l’inglese, ecco la soluzione ideale. Fazio, attualmente infortunato, è uscito dal campo senza prendere gol solo alla Dacia Arena, insieme con Smalling. 


Mirante, l’eroe (non) per caso cerca conferme

IL MESSAGGERO - Doveva essere la notte di Dzeko e Zaniolo da un lato e di Lukaku e Martinez dall’altro. Venerdì la vetrina l’ha rubata invece Mirante, 36 anni, reduce da una flebite al ginocchio. Recuperato in extremis, il portiere ha interrotto la serie di 19 gare consecutive nelle quali l’Inter era andata sempre a segno. Due le parate decisive: la prima in avvio su Lukaku, l’altra nella ripresa a mano aperta su Vecino. L’uomo giusto al posto giusto che la scorsa estate poteva salutare Trigoria. La Roma, infatti, aveva deciso di promuovere Fuzato come secondo dietro Pau Lopez (che ieri s’è complimentato sui social con l’ex Bologna, scrivendo ‘Top’ sotto una foto del portiere), a tal punto che Petrachi aveva fatto cadere l’offerta del Gil Vicente per il brasiliano. Poi qualcosa è cambiato dopo il rinnovo di Dzeko – sia nelle dinamiche di mercato che di spogliatoio – ed eccolo lì nuovamente a difendere i pali giallorossi. «Affidabilità» è la parola d’ordine per Mirante. Anche nella passata stagione, s’era adeguato a fare il secondo a Olsen.

 

Fonseca: «Difesa ok, in attacco si poteva fare meglio»

IL TEMPO - SCHITO - È mancato solo l'acuto agli uomini di Paulo Fonseca per festeggiare alla Scala del calcio. La Roma si è presentata a San Siro con grande personalità, tenendo testa all'Inter di Antonio Conte, fallendo però nei metri finali. Orfana di Dzeko per più di 65', con Zaniolo reinventato come falso nove, la squadra giallorossa non è riuscita a concretizzare quanto di buono costruito: «Negli ultimi metri - ammette il tecnico lusitano - abbiamo sbagliato le decisioni finali ma abbiamo fatto una buona partita. La nostra intenzione era giocare a viso aperto e ci sono stati momenti in cui siamo stati in totale controllo della partita. Le occasioni dell’Inter sono nate da errori nostri nella fase di costruzione ma abbiamo sempre provato con coraggio e senza paura, come voglio io, a giocare e a volte abbiamo sbagliato».

Fonseca sta trasformando la squadra, chiede coraggio e personalità, ma la Roma ha regalato troppo ai nerazzurri con qualche azzardo palla a terra: le occasioni di Lukaku e Brozovic nel primo tempo e di Vecino nel secondo potevano costare molto caro a Smalling e compagni. Nonostante questo, il tecnico portoghese vede il bicchiere mezzo pie    no: «Difensivamente la nostra strategia ha funzionato bene, Mancini e Smalling hanno fatto una bella partita sicura, ma penso che tutta la squadra ha difeso bene. Noi non partiamo per difendere ma contro l'Inter non è facile». Decisivo Mirante: «Antonio è un buon portiere. Ha fatto una bella partita, molto bene».

Quella che torna nella capitale è una squadra in fiducia, ancora più consapevole di poter giocare alla pari contro tutti e di poter puntare ai posti al sole della classifica: «La squadra è migliorata molto in tutti i reparti - ribadisce Fonseca - e per giocare contro una squadra come l'Inter avevamo bisogno di essere coraggiosi. È importante avere la palla contro queste squadre, abbiamo sempre cercato di giocare con una buona circolazione, poi abbiamo sbagliato le ultime scelte e questo può fare la differenza».

Positività nello spogliatoio giallorosso ma senza guardare la classifica, pensando soltanto alla prossima gara: «Adesso non è importante la posizione, la cosa più importante è la prossima partita. Adesso - conclude Fonseca - abbiamo una partita decisiva contro il Wolfsberg ed è la cosa più importante». Appuntamento giovedì all'Olimpico.

 

 


La notte dei miracoli di Mirante, il ragioniere non va in pensione

LA REPUBBLICA - PINCI - Ora il primo posto dovrà difenderlo seduto davanti alla tv sul divano di casa. Quasi il contrappasso per un irrequieto come Antonio Conte, che le ultime energie della sua partita le ha spese per manifestare una frustrazione rabbiosa. Probabile che il destinatario del suo nervosismo che a fine partita quasi gli faceva dimenticare il consueto saluto al tecnico rivale, fosse un portiere di 36 anni che Conte ha conosciuto ragazzino nella Juve e che a San Siro non avrebbe nemmeno dovuto giocare. Oggi Antonio Mirante è l’uomo che ha interrotto la serie dell’Inter, sempre a segno in questa stagione, 19 partite di fila trovando almeno un gol, e che ha offerto alla squadra che aveva accompagnato anche in B - giocò 7 incontri con la Juve del dopo Calciopoli - l’occasione di tornare davanti.

Eppure nelle immagini che i calciatori interisti studiavano da giorni il suo volto non compariva mai. Il posto ad Antonio Mirante lo ha liberato solo giovedì mattina un infortunio muscolare capitato a Pau Lopez, il portiere da 23 milioni di euro che Fonseca aveva preteso in estate per la capacità di costruire il gioco segnando il nuovo record di spesa della società per quel ruolo. La differenza l’ha fatta la mano distesa da Mirante tra Vecino e il gol, dopo 180 secondi della ripresa. Un tuffo mica male per una “riserva” che a Bologna avevano pensionato già 18 mesi fa, spedendolo a Trigoria insieme a un assegno  per assicurarsi il polacco Skorupski. E invece a Roma continuano a scoprire quanto Antonio sia ancora utilissimo, lì tra i pali, pur senza piedi da regista come vorrebbe Fonseca. E già un anno fa convinse Ranieri a preferirlo a Olsen.

In fondo non è mai troppo tardi per Mirante, che il diploma da ragioniere lo ha preso nel 2013, a 30 anni suonati, e per assaggiare la Champions League ha dovuto aspettare addirittura i 35, quando molti suoi coetanei sono già da tempo a fare i conti con la “pensione”. Eppure da ragazzino era un enfant prodige: la Juve lo prese nel 2000 dal Club Napoli Castellammare, lo stesso club da cui 13 anni dopo il Milan prelevò Donnarumma. Conte è stato il suo capitano fino al 2004, da terzo di una squadra che aveva già Buffon. E a cui oggi offre l'occasione insperata di un nuovo sorpasso in classifica. L’ultimo regalo alla squadra in cui è cresciuto. Mirante s’è preso la soddisfazione di fermare Lukaku e Lautaro, due che, prima della serata di ieri, in campo insieme marciavano al ritmo di un gol ogni 54 minuti. Poteva finire male e invece è stato un piccolo trionfo personale. Ma in fondo, per Antonio, non è mai troppo tardi.


Mancini-Smalling, la coppia da Champions

IL TEMPO - BIAFORA - La Roma di Fonseca ha blindato la difesa, facendo rimanere per la prima volta in stagione a secco l'Inter. I giallorossi hanno trovato il giusto affiatamento collettivo in fase di non possesso, soprattutto grazie alla coppia formata da Mancini e Smalling, due autentici muri a protezione del portiere.

Quello contro i nerazzurri di Conte è stato il settimo clean sheet da agosto: le tre reti subite nella partita di esordio contro il Genoa sembrano un ricordo più che lontano. A spiegare i miglioramenti, in primis individuali, è lo stesso Mancini, che salterà il prossimo impegno con la Spal per via della squalifica: «Mi sono divertito contro Lautaro e Lukaku. Questi uno contro  uno a campo aperto mi caricano, è bello giocare contro questi attaccanti, ti aiuta a migliorare. Ho fatto qualche errore ma per fortuna c’era Spinazzola dietro che mi ha dato una mano. Sapevo delle possibili difficoltà iniziali dopo il passaggio dall’Atalanta alla Roma e le ho avute, è stato un cambiamento radicale. Quello di Gasperini è un grande gioco, ma particolare. Ci ho messo dedizione, guardavo video, ho cercato di imparare velocemente, non si può perdere tempo, grazie ai miei compagni e allo staff ho capito velocemente cosa mi chiedeva Fonseca».

L'altra stella del reparto è Smalling, che ha letteralmente annullato Lukaku sotto gli occhi di Steve Holland, assistente del ct dell’Inghilterra Southgate: il gigante inglese spera di ritrovare una convocazione in nazionale che manca dal 2017. Da segnalare poi che nella partita pareggiata contro l’Inter Lorenzo Pellegrini ha indossato per la prima volta la fascia da capitano della squadra giallorossa. La dinastia romana e romanista continua.


Il muro della Roma ferma la capolista

IL TEMPO - T. CARMELLINI - A testa alta, contro la prima della classe. La Roma esce indenne da San Siro tiene botta all'Inter capolista e porta via un punto importantissimo per la classifica ma soprattutto per la testa. Serviva una prova convincente e la Roma a Milano gioca e piace per lunghi tratti: anche al ct Mancini che in tribuna applaude più volte.

Ma è stata una gara di sofferenza contro l'Inter costruita per vincere lo scudetto e che per la prima volta non segna un gol quest'anno in campionato: a dimostrazione che la difesa giallorossa, ha tenuto eccome. La squadra di Fonseca parte forte, gioca una grande prima mezz'ora poi rallenta perché alla distanza escono i padroni di casa che al momento sono più squadra dei giallorossi decimati dagli infortuni. L'allenatore portoghese non sa più cosa fare e a che santo votarsi. Perde bomber e portiere titolari alla vigilia. Si ritrova con Dzeko influenzato in panchina e Pau Lopez addirittura in tribuna. Basta? No, perché quindici minuti dopo il fischio di avvio di un ottimo Calvarese, perde anche Santon ed è costretto a mettere dentro uno Spinazzola ancora lontano dalla forma migliore.

Le assenze costringono il tecnico lusitano a cambiare le carte in tavola: Zaniolo parte da attaccante centrale (e almeno in avvio non fa male per niente: sua una delle due occasioni della serata giallorossa), Pellegrini per la prima volta con la fascia al braccio da capitano della «sua» Roma. La profezia si avvera ma al giovane centrocampista romano, non riesce di mettere la ciliegina sulla torta di San Siro. Perché l'Inter quando affonda fa paura e ci vuole uno Smalling in formato stellare per fermare Lukaku: l’inglese, anche lui «osservato» dal ct inglese Southgate venuto a Milano per seguirlo, non sbaglia nulla esce dal campo come migliore dei suoi, annullando il poderoso fisico del rivale. Insomma è suo quello che alla vigilia qualcuno aveva maldestramente definito il «black friday» di San Siro.

L'abbraccio tra i due tecnici a fine partita mostra la stima reciproca, Conte sa di avere incontrato un rivale all’altezza e gli concede gli onori di casa. Certo, la Roma soprattutto nella ripresa ha sofferto, si è spesso chiusa dietro e ha trovato anche un Mirante in grado di dire «no» almeno un paio di volte ai padroni di casa. Ma va bene così.

Il bilancio è un pareggio per il quale in molti avrebbero pagato prima della partita. Un punto che forse all'Inter va un po' più stretto, alla Roma benissimo. Ma Conte sa bene che stasera all'Olimpico anche per la Juve sarà tutt'altro che una passeggiata contro la lanciatissima Lazio di Inzaghi. Ma quella è tutta un'altra storia.


L'elogio di Fonseca: «Abbiamo attaccato con coraggio e senza paura»

IL MESSAGGERO - ANGELONI - La Roma cresce, soprattuto nella personalità. Crescono i suoi giocatori, vedi Mancini («prima attaccavamo solo e difendevamo male, ora no», Gianluca dixit) e Smalling (presente in tribuna il ct della Nazionale inglese e Solskjær, tecnico dello United ha detto che lo rivuole a Manchester), così come i vecchi, da Kolarov a Pellegrini fino a Zaniolo. Pian piano la Roma vive di gioco e non di giocate. E’ sempre più squadra, forse Fonseca stesso non pensava di arrivarci così presto, specie davanti a mille difficoltà legate soprattutto agli infortuni.

La Roma vista contro l’Inter ha dimostrato solidità difensiva, nelle ultime tre di campionato ha preso solo un gol e non ne ha incassati soprattutto contro la squadra di Conte, sempre a segno in tutte le gare ufficiali precedentemente disputate. «Peccato stavolta non essere stati bravi davanti alla porta. Abbiamo sempre cercato di giocare con una buona circolazione, poi abbiamo sbagliato le ultime scelte e questo ha fatto la differenza. Non volevamo solo difenderci. È vero, le occasioni dell’Inter sono nate da errori nostri nella fase di costruzione ma abbiamo sempre provato ad attaccare con coraggio e senza paura, come voglio io, a giocare e a volte abbiamo sbagliato».

Fonseca se ne torna a casa con il solito carretto di infortunati. Santon ha un fastidio al flessore sinistro, sarà verificato nelle prossime ore, Pau Lopez rimasto fuori per un vecchio problema muscolare. In Europa dovrebbe tornare Dzeko, Pastore ancora out.


Smalling piace, pure allo United. Mancini: «Si, ora mi diverto»

GAZZETTA DELLO SPORT - Nella notte di San Siro hanno sovrastato Lukaku e Lautaro. Se l’Inter per la prima volta in questa stagione non è riuscita a fare gol, il merito va soprattutto a Chris Smalling e Gianluca Mancini. Dall'Inghilterra è arrivato un messaggio forte e chiaro da Solskjaer: «L’estate prossima tornerà qui». Occhio, però, perché il club giallorosso è pronto a mettere 15 milioni sul piatto per il difensore inglese, che già ha dato la propria disponibilità a restare in Italia. Alla finestra della Serie A pure altre società (la Juve, ma si parla anche stessa Inter?) e lo United non vuole scendere meno di 20 milioni per il difensore, che sogna di tornare in nazionale per l’Europeo (ieri a vederlo c’era il vice c.t inglese) Mancini salta la Spal

Chi ha il futuro azzurro blindato, invece, è Mancini. «Mi sono divertito nel duello con Lautaro - ha detto - . Usciamo soddisfatti. La nostra dimensione è lottare per la Champions. Siamo un bel gruppo, allenati da un ottimo allenatore. Siamo forti, dobbiamo pensarlo ogni domenica, contro chiunque».


Edin e la maledetta febbre del venerdì sera

IL MESSAGGERO - FERRETTI - Maledetto calendario. Come non insultarlo pensando che se la partita contro l’Inter si fosse giocata - come da antica tradizione - di domenica, probabilmente Edin Dzeko sarebbe stato regolarmente al suo posto dal primo minuto? Un paio di giorni in più di convalescenza avrebbero annullato la febbre d’inizio settimana e la conseguente fiacca, e avrebbero restituito il bosniaco in buona forma a Paulo Fonseca fin dal fischio d’avvio di Calvarese. Invece, partita di venerdì e il pallido Edin ben coperto in panchina.

Roma ancora una volta in emergenza (Kluivert, Fazio, Cristante, Pastore e Zappacosta a casa, Pau Lopez in tribuna e Santon presto negli spogliatoi...) contro la prima della classe. Roma inedita, e non solo tecnicamente, con Zaniolo nel ruolo di centravanti a fare a botte nel cuore della difesa di Antonio Conte. Compito non facile per Nicolò, per unmilione dimotivi,ma assolto – nella prima parte della prima frazione – con buona personalità. Come quella della Roma tutta, capace di complicarsi la vita solo regalando sistematicamente occasioni ai nerazzurri. Una Roma che ha saputo gestire tanto e bene il pallone ma che non è riuscita a mettere davvero paura a Handanovic. E in quei momenti si è sentita, tanto, l’assenza di un finalizzatore come Dzeko.

Non per dare colpe a Zaniolo, questo deve esser chiaro, ma perché Edin è un giocatore unico. E non soltanto nella Roma. Nel momento di maggior confidenza con la partita, la Roma non è stata brava a produrre occasioni vere, con Zaniolo troppo spesso costretto a giocare da solo. Maledetta febbre...

GLI INSOLITI NOTI Edin in campo solo nell’ultima mezzora, con Zaniolo riportato a destra, ma con la Roma non più padronadellasituazione. Scarso il gioco d’attacco, poca personalità, Edin impalpabile. Che peccato... Così sono venuti alla ribalta un paio di giocatori che non ti aspettavi, tipo Diawara a centrocampo e Mirante, già molto bravo nella prima frazione, tra i pali. Segno che il gruppo, al di là delle tante, tantissime assenze è di qualità, e che Fonseca può contare sempre e comunque su gente in grado di reggere l’urto anche della prima in classifica. Una Roma che a Milano ha confermato di essere ormai una squadra vera, e con Dzeko meno pallido in campo anche in quel primo tempo probabilmente lo avrebbe dimostrato ancora di più.

 

 

 

Fonseca: «Sono felice solo quando vinco»

GAZZETTA DELLO SPORT - A fine partita il suo volto è soddisfatto, ma l’impressione è che, per un allenatore ambizioso come lui, non sia ancora il migliore dei mondi possibili. Paulo Fonseca è contento della sua Roma, però forse l’Inter stavolta era alla portata. «Abbiamo fatto circolare bene la palla, ma sbagliato le decisioni finali negli ultimi metri - spiega - anche se abbiamo fatto una buona partita. Eravamo intenzionati a giocare a viso aperto e l’abbiamo fatto. Le principali occasioni nerazzurre sono arrivate per errori nostri in fase di costruzione, ma abbiamo tentato sempre d’iniziare il gioco con coraggio, a costo di sbagliare, però io preferisco così. Tatticamente siamo stati quasi perfetti. Non ricordo molte squadre che hanno giocato contro l’Inter come abbiamo fatto noi. Ho visto che giocare in Italia non è mai facile».