Nuovo cinema Pastore: «Ora mi sento importante»

LA GAZZETTA DELLO SPORT - I problemi dello scorso anno sono ormai archiviati, così come il rapporto difficile con il club (a volte voleva allenarsi da solo, ma non c’erano preparatori o fisioterapisti) e con Di Francesco (…). Adesso sembra che Javier Pastore abbia messo tutto da parte: Fonseca lo gestisce bene, in estate gli ha consentito di mettere benzina nelle gambe pensando alla preparazione e non alle amichevoli e lo ha fermato quando era il momento opportuno, i tifosi lo fermano per strada e l’Olimpico gli ha riservato un vero tributo quando contro il Napoli ha corso per cinquanta metri per recuperare un pallone (…).La testa viaggia veloce, le gambe ancora di più: «Ma la cosa più importante è la fiducia che ci dà il tecnico e il modo in cui ci parla. Io ho avuto diversi allenatori e ho appreso tanto da tutti: questo staff ha un’enorme voglia di far bene e di vincere. Sono tutti giovani, hanno convinzioni importanti e ce le trasmettono. Per la Roma che vuole puntare in alto tutto questo è fondamentale». Ma la strada è lunghissima (…).


Diawara già a disposizione. Tutti a Parma da venerdì

LA GAZZETTA DELLO SPORT - Buone notizie per Paulo Fonseca che ieri ha ritrovato in gruppo Amadou Diawara (…). Contro il Parma, quindi, il centrocampista tornerà sicuramente tra i convocati, ma è possibile che anche in Europa League contro il Borussia possa essere tra i calciatori in partenza.

Dopo la partita in Germania, in calendario alle ore 21 di giovedì, il giorno successivo la squadra si allenerà a Moenchengladbach in mattinata per poi partire alla volta di Bologna e andare a dormire a Parma. Il sabato, quindi, la rifinitura sarà svolta in Emilia, così come la conferenza dell'allenatore, prevista intorno all'ora di pranzo (…). Il tecnico, intanto, lavora alla formazione da schierare in Europa League. Probabile i rientri dal primo minuto di Florenzi per Spinazzola, Fazio per Cetine Perotti per Pastore, con Zaniolo spostato sulla trequarti.


Lopez campione "normale". Giallorossi in buone mani

LA GAZZETTA DELLO SPORT - Qualcuno, a Roma, non si fa problemi a chiamarlo il «Normal One». Probabilmente la definizione è quanto mai indovinata perché Pau Lopez da una parte è un numero uno tra i pali, dall’altra è un comunissimo ragazzo fuori dal campo (…).Lo spagnolo è un portiere bravo, a tratti bravissimo, pur senza essere il numero uno al mondo come il brasiliano Alisson. Al tempo stesso, dà a tutti i compagni quel senso di sicurezza che lo scorso anno con Olsen si era perso. Ama parlare ai difensori, ha imparato l’italiano in poche settimane — e continua a studiarlo con la moglie — ed è diventato amico stretto di Fazio e Pastore (…).Contro il Napoli a osservarlo c’erano Moreno e Pol, allenatore e preparatore della Spagna, e Pau Lopez ci teneva a fare bene (…). Finora ha incassato 13 reti, è rimasto imbattuto 4 volte (3 in campionato e una in coppa) e sta dimostrando una continuità (…).A Roma sta mostrando una sicurezza che raramente si era vista in carriera. Merito del preparatore Savorani «che mi sta facendo lavorare come mai prima», di compagni che si affidano a lui, e di una famiglia che lo segue passo dopo passo (…).

Sul passato, Pau Lopez a Movistar ha confidato (…): «(…) Sarei dovuto andare via dall’Espanyol in altro modo. Ho perso l’affetto e il rispetto delle persone, ma spero di guadagnarli di nuovo». Intanto, settimana dopo settimana, sta conquistando i romanisti. Il resto potrebbe essere una conseguenza.


La Serie A emigra: partite all’estero

IL MESSAGGERO - BUFFONI - Il calcio è sempre più televisivo, ma è guardando le partite dal vivo che si resta rapiti dalla sua magia. Lo sa benissimo la Lega di serie A che, attraverso il suo amministratore delegato Luigi De Siervo, auspica «almeno una partita a stagione da far disputare all'estero». Il perché non è un segreto per nessuno: aumentare il fatturato. «La nostra sfida e quella delle altre leghe europee - spiega De Siervo - è di andare a conquistare nuovi mercati e questo lo si fa andando a giocare partite all'estero e creando un percorso di avvicinamento al nostro campionato e al nostro Paese». La serie A si candida a esportare i suoi gol da tre punti e non più quelli di amichevoli di lusso o eventi straordinari, come la finale di Supercoppa che già da anni varca i confini nazionali (anche quest'anno si giocherà a Riad, Arabia Saudita). La Nba già da anni porta in giro per il mondo i suoi giganti. Sabato scorso sono stati 29 anni dalla prima volta: 2 novembre 1990, Phoenix Suns-Utah Jazz si affrontarono a Tokyo. Dal 2011 la Nba ha nella O2 Arena di Londra il suo quartier generale europeo. Anche la Nfl, football americano, dal 2007 emigra e anche per la palla ovale la meta preferita è Londra, stadio Wembley, dove giusto domenica scorsa gli Houston Texans hanno battuto 26-3 i Jacksonville Jaguars. Il calcio europeo ci sta provando. L'anno scorso è stata la Liga spagnola ad andarci vicino: Girona-Barcellona il 26 gennaio scorso si sarebbe dovuta giocare a Miami, in Florida. Era già stato pianificato tutto, compresi rimborso e ospitalità (volo e hotel) per gli abbonati o i possessori del biglietto del Girona. Saltò tutto a un mese dall'evento, ufficialmente per mancato accordo fra gli organizzatori. In realtà pare fu la Fifa a opporsi. Politici e tifosi, invece, bloccarono l'export delle partite di Premier League inglesi. «Stiamo aspettando che prima Fifa e poi Uefa creino delle regole certe», conferma De Siervo.

DIRITTI TV E PIRATERIA Calcio sempre più evento tv, si diceva. E le tv sono sempre più al centro del terreno di gioco. Ieri Sky e Dazn (detentori dei diritti fino al 2021) sono state ricevute dal Consiglio di Lega, a cui hanno presentato il loro impegno a sostegno del campionato italiano. «E' stato un fatto molto positivo - ha commentato l'ad di Lega - Sky ha presentato il nuovo management, con il nuovo ad (Maximo Ibarra, ndr) che ha ribadito l'interesse Sky verso la serie A. Dazn ci ha illustrato un piano industriale che vede il nostro campionato al centro dello sviluppo in Italia e in altri 7 paesi esteri». Sullo sfondo c'è la partita per l'assegnazione dei diritti per il triennio 2021-2024, per assegnare i quali è atteso il bando. Tornano in scena gli spagnoli di Mediapro, che ieri hanno consegnato la loro proposta di partnership per la realizzazione di un canale della Lega: «L'analizzeremo con calma - spiega De Siervo - e la porteremo in assemblea entro fine mese». Pay tv fa purtroppo rima con la guerra alla pirateria, ingaggiata con decisione dal calcio italiano. «Sul cosiddetto pezzotto - conferma De Siervo - è cominciata, lo dico con ironia, una caccia all'uomo o alla donna e a chiunque pensi di poterla fare franca. Il consumo digitale di materiale illegale lascia una traccia indelebile, un filo di Arianna digitale. Le autorità a ritroso stanno rintracciando tutte le persone e stanno arrivando le prime multe pesanti e anche i primi arresti».


Troppi infortuni? E’ arrivata la benedizione dei campi

IL MESSAGGERO - CARINA -  Chissà se a Trigoria, dopo l’ecatombe di infortuni che ha colpito la Roma negli ultimi due anni e mezzo, non abbiano letto di sfuggita le parole di Feuerbach. Il filosofo tedesco amava infatti ricordare che «se per la teologia solo ciò che è sacro è vero, per la filosofia solo ciò che è vero è sacro». Fatto sta, per non lasciare nulla d’intentato, la Roma - che aveva già fatto benedire la sede dell’Eur il giorno dell’inaugurazione - ha concesso il bis con i nuovi campi del centro sportivo Fulvio Bernardini. Il tutto - come rivelato da Teleradiostereo - è accaduto prima della gara contro il Milan, venerdì 25 ottobre alla presenza del Monsignor Rino Fisichellache, scherzando nell'occasione, ha voluto rimarcare come lui fosse anche «un esorcista». Ora, per non mischiare il sacro con il profano, va detto che qualche giorno dopo Juan Jesus s’è fermato per un risentimento muscolare, saltando così la trasferta di Udine. «Risentimento ma non lesione», ha voluto rimarcare scherzando qualche tifoso che ha ricordato come la Roma abbia inanellato da quel giorno tre successi in altrettante gare. Lo scorso febbraio, una situazione analoga s’era verificata a Formello, con un prete chiamato dal presidente Lotito per benedire il centro sportivo biancoceleste.


L'idillio con Fonseca, sorrisi e gol d'autore: così Zaniolo è tornato al centro della Roma

IL MESSAGGERO - ANGELONI - Poco più di un anno fa, era il 3 novembre, Nicolò Zaniolofaceva la sua prima da titolare in campionato, a Firenze. La prima assoluta, qualche tempo prima, a settembre, il 19, addirittura sul campo del Real Madrid, in Champions. Quella Champions che oggi è costretto a inseguire, perché la Roma non c'è l'ha, perché a Trigoria - e non solo - se ne sente l'assoluta necessità, sia per prestigio sia per ragioni economiche. La Champions oggi c'è, per quel terzo posto che però non è definitivo. Zaniolo ha quella faccia da Champions, perché lì è nato, perché in una notte è diventato re, con una doppietta al Porto, all'Olimpico, che ormai sente casa sua («una serata dalla emozioni forti, che non mi toglierò mai dalla testa»). Zaniolo è un ragazzo giovane, per qualcuno un ragazzaccio (ma chissà che avrà combinato mai?), uno che prende strade sbagliate. Capello, ecco appunto, ne parlò in questi termini, fino poi, come ieri, tornare sui suoi passi. «Sono un ammiratore di Zaniolo, dico che è il più grande talento che abbiamo in Italia. Forse ho dimenticato di aggiungere il nome di Kean quando ne ho parlato. Ho avuto giovani che si sono persi, anche Cassano ha fatto le cassanate», le sue parole a Radio Rai 1. Da quella sera in cui il tecnico del terzo scudetto si lasciò andare a dichiarazioni non proprio piacevoli per Zaniolo, questi ha cominciato una corsa inarrestabile: Gol al Mönchengladbach, gol al Milan, gol all'Udinese e gol al Napoli.

LA SVOLTA Ha smesso di prendere ammonizioni dopo le tre in quattro partite nel mese di settembre con Lazio, Bologna e Atalanta. Nicolò si è ripreso la Roma, che aveva un po' mollato proprio da quella magica serata contro il Porto, il 12 febbraio scorso. Da lì solo una rete quasi a fine campionato, contro la Fiorentina, quando ormai i giochi (l'esonero di Di Francesco e il posto in Champions ormai lontano) erano fatti. Con Ranieri non s'era preso, con Fonseca sta tirando fuori il meglio. Zaniolo ha messo via le critiche e ora va a testa bassa, direzione Champions. E' uno Zaniolo in grande spolvero, nell'anno che porterà all'Europeo e molte partite dell'Italia si giocheranno all'Olimpico, dove ha segnato quasi tutti i suoi gol con la maglia della Roma: dal primo con il Sassuolo all'ultimo con il Napoli, dieci su undici, l'unico in trasferta mercoledì scorso a Udine. Sei in totale lo scorso anno (quattro in campionato con Sassuolo, Torino, Milan e Fiorentina, più i due in Champions con il Porto) e cinque quest'anno (tre in campionato con Milan, Udinese e Napoli, due in Europa League con Basaksehir e Mönchengladbach). Il ct Mancini osserva e lo aspetta, dopo avergli dato una bella strigliata, non convocandolo nella penultima occasione dopo i fatti dell'estate con l'Under 21 (giustiziati sia lui sia Kean, ma con i giovani si fa così). «La Roma quest'anno è cambiata ma in positivo perché siamo un gruppo giovane con giocatori più esperti e forti, che aiutano i più giovani. E' il giusto mix per fare una grande annata. Sta a noi giocare bene per riportare la Roma nei posti in cui merita», le parole di Zaniolo al sito della Uefa. «Questa può essere la stagione giusta per vincere? Sì. Dipende da solo noi. Le vittorie non si costruiscono in un giorno. Credo però che abbiamo tutto per poter dire la nostra. La 10 di Totti? Non ci penserei neanche. Terrei la mia, è una forma di rispetto verso il capitano».


Allenamento Roma, domani appuntamento alle 10:45

La Roma torna ad allenarsi a Trigoria per prepararsi alla sfida di giovedì contro il Borussia Moenchengladbach. La seduta si svolgerà domani al Fulvio Bernardini a partire dalle 10:45.


Smentite le voci su Pepè, nessuna offerta dai giallorossi

Nei giorni scorsi si è parlato di un interesse della Roma per Pepè, talento brasiliano del Gremio. Romildo Bolza, presidente del club carioca, smentisce di aver ricevuto offerte dai giallorossi per il talento classe '97, per il quale serviranno più di 10 milioni e su cui si stanno muovendo anche Psg e Porto.


Pastore: "Il mio obiettivo è essere sempre a disposizione dell'allenatore, per novanta o dieci minuti"

Javier Pastore, si è raccontato al sito del club giallorosso asroma.com. Queste le sue parole:

Che ricordi hai del tuo rapporto con il calcio quando eri bambino?

“I ricordi sono tanti, perché era l’unica cosa che facevo da quando avevo quattro anni. Ho ancora delle foto, con la palla sempre accanto. Volevo fare solo quello, a scuola o per la strada con gli amici. Non c’erano i videogiochi come oggi e noi da piccoli pensavamo solo al calcio”.

Dove giocavi?

“Ogni quartiere della mia città natale, Cordoba, organizzava un piccolo torneo amatoriale. E io mi ricordo che li facevo tutti. Anche quello organizzato nella zona in cui viveva mio cugino o altri miei amici. Ognuno portava una squadra, con il papà di uno di noi come allenatore. E io andavo ovunque pur di giocare”.

Sei sempre stato un calciatore tecnico?

“Mi ricordo che giocavo con mio zio in garage con la pallina da tennis. Mi diceva “se riesci a giocare con questa poi con quella più grande sarà più facile”. Provavo i palleggi, la calciavo sul muro di potenza e dovevo farmela tornare sui piedi. Questo avveniva tutti i giorni, era la mia passione”.

Il tuo desiderio è sempre stato quello di diventare un calciatore professionista?

“Era il mio pensiero fisso, sempre”.

Chi era il tuo idolo da bambino?

“Quando ero piccolo senza dubbio Batistuta. In quel momento giocava in nazionale, in Italia segnava tanto e si parlava solo di lui. Avevo il poster nella mia camera. Quando venne alla Roma, mio padre mi regalò la sua maglia, fu una cosa bellissima. Poi quando sono cresciuto un po’ di più adoravo Riquelme. Era un punto di riferimento come numero 10”.

Com’è iniziata la tua carriera? Hai subito capito che ce l’avresti fatta?

“In realtà non è stato semplicissimo. In Argentina è avvenuto tutto molto velocemente. Ho iniziato a giocare in Serie B con il Talleres di Cordoba, la squadra della mia città. Ho fatto l’esordio con la prima squadra, giocando tre o quattro partite. E poi sono tornato a giocare con le giovanili. È stato un momento molto difficile, perché pensavo di essere già arrivato. Dal ritiro e l’esordio con in più grandi, tornare indietro rappresentò una delusione. Ho dovuto ricominciare, con la stessa voglia di sempre, ma non fu facile”.

Poi cosa è successo?

“Dopo sei mesi sono andato a Buenos Aires con l’Huracan, in Prima Squadra. Ho fatto il ritiro con loro ma non potevo giocare per una questione burocratica, mi allenavo da solo a volte e ho saltato il campionato di Apertura. Quando i documenti si sono sbloccati, ho fatto il secondo ritiro con loro e mi sono rotto la caviglia. Per questo ho dovuto saltare anche il torneo di Clausura. Mi sembrava di avere tutto contro. È stato davvero difficile, ho giocato solo cinque partite. Il campionato seguente l’ho giocato tutto da titolare e in sei mesi mi è cambiata la vita”.

Come ti sei sentito a quel punto?

“Non avevo mai fatto una presenza da titolare nella Primera Division e sono arrivato a giocare venti partite di seguito, tutte bene. A quel punto è arrivata la chiamata dall’Italia e non ho avuto nemmeno il tempo di realizzare costa stesse accadendo”.

Come nasce la tua cessione al Palermo?

“Sono venuti a osservare le mie prestazioni per due mesi. Per me era un sogno giocare in Europa. È stato straordinario, mi hanno convinto subito. Non ci ho pensato due volte. Alla prima possibilità ho accettato”.

Hai avuto un po’ di paura?

“Mai, nessuna paura. Era il mio sogno. Venivo per la cosa che so fare meglio: giocare a calcio. La mia famiglia mi ha supportato, perché è venuta con me. E tutto questo mi ha dato tanta fiducia”.

Cosa di porti dentro dall’esperienza al Palermo?

“È stata un’esperienza bellissima. Rappresentano due anni indimenticabili. La squadra giocava bene, abbiamo fatto cose importanti in quegli anni. Siamo arrivati quarti in campionato, a un punto dalla Champions, in finale di Coppa Italia, abbiamo giocato l’Europa League. Abbiamo fatto delle cose che non si vedevano da anni in quella città. Ho tanti bei ricordi, la gente è stata magnifica con me. È il posto in cui ho conosciuto mia moglie. Rimarrà sempre nel mio cuore, una parte della Sicilia è con me a casa”.

Che differenza hai notato tra il calcio argentino e quello italiano?

“La differenza è tattica. Qui si preparano molto di più le partite. Lì si lascia molta più libertà ai calciatori. Qui è differente, anche rispetto alla Francia. Poi in campo si va sempre undici contro undici, ma qui nella preparazione e negli allenamenti si sta molto più attenti a certi aspetti”.

Quando è arrivata l’opportunità del PSG?

“Il secondo anno ho fatto molto bene a Palermo e avevo già capito che per la società la mia cessione avrebbe rappresentato una grande opportunità, con i ricavi potevano mettere su una nuova squadra. Per me rappresentava un passo importante per crescere e migliorare. Negli ultimi due mesi della mia seconda stagione al Palermo si parlava già di una mia uscita. C’era il mio agente a lavorare su questo aspetto, ma gli ho detto che non ne volevo sapere niente, volevo concentrarmi sul campionato”.

E alla fine sei andato in Francia. Cosa ha rappresentato questa esperienza per te?

“Una grande esperienza. Sono stati sette anni densi di avvenimenti. Sono arrivato in una squadra completamente diversa rispetto a quella che avevo lasciato. Ho visto il club crescere assieme a me, hanno cambiato allenatori, hanno fatto passi da gigante con i media, hanno rinnovato il centro sportivo e lo stadio, hanno migliorato tutto. Sono molto felice di essere stato con loro attraverso tutti questi cambiamenti. Mi hanno reso felice. Quando sono arrivato, il PSG non era quello che conosciamo oggi e io sono orgoglioso di aver dato il mio apporto. Non cambierei nulla di questi anni. Abbiamo vinto tanti titoli e ho lasciato un bel ricordo ai tifosi e alla gente in Francia: questa è la cosa più importante”.

E poi c’è stata la chiamata della Roma.

“Ha rappresentato una bellissima opportunità. Volevo cambiare squadra per sentirmi di nuovo un giocatore importante e riprendermi il ruolo perso al PSG, per l’arrivo di tanti altri giocatori di livello. La Roma era la miglior proposta, parliamo di una grande città che io e mia moglie adoriamo”.

Il primo anno però non è stato semplice. Cosa hai provato in quel periodo?

“L’avventura è partita bene ed ero molto entusiasta di giocare qui. Poi purtroppo mi sono fatto male un paio di volte di seguito e poi c’è stato l’infortunio al Derby di andata. A settembre già è iniziato ad andare tutto male. Avevo perso la fiducia dell’allenatore, perché non ero mai in campo. Fisicamente non sono stato mai bene, non riuscivo a gestire bene gli allenamenti o a migliorare la condizione fisica. Ho fatto pochissime partite e non è stato un anno facile, a livello personale e sportivo”.

Poi è arrivata l’estate, cosa hai pensato prima dell’inizio della stagione?

“Avevo tante cose per la testa. Stavano avvenendo tanti cambiamenti nel Club ed era tutto un punto interrogativo per me. Mi sono preso i primi giorni di vacanza con la mia famiglia, ma prima di ricominciare la stagione ho voluto parlare con la Società e con l’allenatore, volevo sapere cosa pensavano di me. Ero a conoscenza di non aver fatto bene l’anno precedente, mi faceva male ripensare alla mia ultima stagione e non volevo che le idee del nuovo tecnico venissero influenzate da quelle prestazioni. Dal primo giorno la Società mi ha comunicato che il cambio di allenatore sarebbe stato positivo per tutti. Nei primi allenamenti ho dimostrato subito di voler cambiare quello che era stato un anno brutto, da parte mia e di tutta la squadra. L’allenatore è stato sempre molto onesto, ha dimostrato di aver fiducia in me. Mi ha chiesto di dimenticare quanto accaduto prima, di allenarmi al cento per cento. Mi hanno gestito bene. Ho parlato con lo staff, gli ho detto che l’anno precedente non ero mai riuscito a trovare la forma giusta: per diverse necessità ero dovuto comunque scendere in campo e per questo non facevo bene per la squadra e mi facevo male pure io”.

In che modo ti sei preparato per la nuova stagione?

“In quei giorni ho parlato molto con l’allenatore e con lo staff. Potevo provare a raggiungere la migliore condizione fisica giocando tutte le amichevoli, ma per una settimana abbiamo scelto insieme di fermarci. Non è stato un infortunio, ma con le doppie sedute ogni giorno, conoscendo bene il mio corpo, ho chiesto di poter recuperare un po’ di più, non giocare qualche amichevole e allenarmi da solo, perché avevo sentito dei crampi. Sono consapevole che in quei giorni durante le amichevoli ti guadagni un posto e sapevo che non giocando rischiavo di perdere un’opportunità. Ma ho preferito non rischiare di farmi male subito, per evitare di stare fuori durante le partite importanti. L’allenatore ha accettato, mi ha detto “allenati bene in questi giorni perché per la prima partita devi stare bene”. Il mister mi ha fatto giocare per pochi minuti, per poter riprendere con calma la condizione giusta. E ora il mio fisico inizia a sentirsi lo stesso di prima”.

Oltre a questo lavoro fisico, a livello tattico cosa ti ha richiesto Fonseca?

“Tanto, soprattutto i primi mesi. Abbiamo lavorato su diversi aspetti. Vuole che un centrocampista punti sempre la porta avversaria e che non sia rivolto verso la nostra area. Ho dovuto concentrarmi molto in allenamento, perché io ero abituato a stare spalle alla porta, per fare uno-due con i compagni. Il mister, però, vuole che giochiamo in avanti, facendo un continuo cambio gioco da destra a sinistra. Ma la cosa più importante è la fiducia che ci dà il tecnico e il modo in cui ci parla. Io ho avuto diversi allenatori e ho appreso tanto da tutti: posso dire che questo staff tecnico ha un'enorme voglia di fare e bene e di vincere. Sono tutti ragazzi giovani, hanno tante convinzioni importanti e ce le trasmettono. Per una squadra come la Roma che vuole puntare in alto tutto questo è fondamentale”.

E sei riuscito a trasformare i fischi in applausi con le ultime prestazioni. Quanto è stato difficile sentire che non avevi la fiducia del pubblico?

“I fischi li ho presi in tutte le squadre in cui ho giocato, così come gli applausi. È per il mio stile di gioco. Se sto bene riesco a dare il meglio, ma se fisicamente non ci sono non riesco a dare il massimo. A volte se non hai la forza di correre indietro ti tieni per fare una corsa buona in avanti. E tutto questo lo spettatore lo nota. Io a volte apprezzo più i fischi. Quando le cose vanno bene è evidente, ma quando vanno male hai bisogno di una reazione del pubblico. Sono cose che personalmente mi danno qualcosa in più, mi dico “ok, forse è meglio che vado due ore prima all’allenamento”. Lo ha visto la gente che non stavo bene e lo vedevano anche mia moglie e mia mamma. La mia famiglia si è preoccupata tanto, si rendevano conto che qualcosa non andava, venivano qui tutti i mesi facendomi delle domande sulle mie condizioni. E se riuscivano a rendersene conto loro, figuriamoci i tifosi che sono tutte le domeniche allo stadio. Queste sono cose che ti fanno riflettere. Alla fine questa rappresenta una passione per noi, ma è anche un lavoro e dobbiamo rispettare la gente che ci segue per la professione che pratichiamo”.

Forse c’è l’imbarazzo della scelta tra tutti quelli con cui hai giocato: ma qual è il calciatore con cui ti sei trovato meglio?

“Ce ne sono stati tanti. L’attaccante più forte con cui ho giocato è Cavani, perché va a genio con le mie qualità. A me piace fare assist per i gol e ho avuto un buon feeling con tanti compagni di squadra, ma con lui più di tutti: è devastante come punta. E poi non posso non citare Ibrahimovic. Se includiamo tutti gli aspetti, tra cui la mentalità, la professionalità, è incredibile: è il giocatore che mi ha ispirato di più a migliorare. Se lo guardi in allenamento impari. Ci sono ancora in contatto, sono molto legato a lui, è uno dei migliori compagni di squadra che abbia mai avuto”.

Sei andato a Parigi a 22 anni, quanto ti ha aiutato a crescere quell'esperienza?

“Tanto. Il primo anno è stato un po’ difficile, per la lingua e la cultura diversa, ero giovane, più chiuso e molto timido. Parlavo meno con i compagni e con la gente, non mi relazionavo bene con loro. Ero davvero un ragazzino. Mi ero demoralizzato, dentro di me pensavo “non riuscirò mai a imparare il francese, non riesco a capirlo”. Era tutta una questione di testa. Dal secondo anno mi sono messo sotto, ho messo la timidezza da una parte e ho iniziato a parlare: parlavo male ma non me ne importava niente, l’importante era farmi capire. Da quel momento sono riuscito a entrare in contatto con in compagni e con la città, anche assieme a mia moglie. Ho capito che Parigi è un posto magico. Lì sono diventato un uomo e ci è nata mia figlia: ero un ragazzino e sono diventato un padre”.

Qual è il tuo gol a cui sei più legato?

“Quello che ho fatto in Champions contro il Chelsea, con il PSG. Sono entrato a cinque minuti dalla fine della partita e da un’azione così è uscito un gran col che nessuno si aspettava. È uno dei più belli”.

Quanto è cambiato il calcio rispetto a quando sei arrivato in Italia?

“Oggi si difende tutti insieme e si attacca tutti insieme. Dieci anni fa era diverso. Quando sono arrivato, però, ero giovane e pensavo solo a divertirmi”.

Oggi per un giovane è più facile o più difficile fare carriera?

“Posso parlare per quello che ho vissuto io, ma per me è più difficile. Penso anche alle relazioni che ho con i giovani in argentina. Oggi si pensano solo ai soldi. Ci sono tante famiglie o ragazzini che pensano a giocare per fare i soldi e basta, anche nelle basse categorie. Non dico che io non ne abbia fatti in carriera, ma non può essere quello il primo motivo. Così si lasciano la passione e il calcio da parte. Quando fai così arrivare in alto è più difficile. Una cosa devi farla perché la ami. I soldi arrivano dopo. Non puoi pensare al denaro prima di arrivare in Serie A. Oggi a tanti ragazzini vengono date certe cose prima di guadagnarsele”.

Che consigli daresti a un giovane?

“Giocare con passione a calcio, dare tutto. Imparare da ogni allenamento, questa è la base. Il resto arriva da solo. Serve la testa e anche un po’ di fortuna. Poi le cose arrivano”.

Qual è il consiglio più importante che hai ricevuto in carriera?

“Io ho tante persone che mi hanno aiutato. Il mio agente per primo, Simonian, sto con lui da 16 anni e mi ha sempre detto di concentrarmi solo a giocare. Una delle tante cose che mi ha insegnato. Poi calcisticamente mi ha toccato tanto Walter Sabatini, la persona che mi ha portato in Europa. Lui mi dava tanti consigli quando lavoravamo insieme a Palermo, parlavamo praticamente ogni giorno”.

Cosa ti diceva?

“Mi parlava di tutto, di vita e di calcio. Ero come un figlio. Arrivato a Palermo non riuscivo a fare nulla, nemmeno in allenamento. Mi chiamava nel suo ufficio a rivedere la partita giocata la domenica. Facevano quaranta gradi in quell’ufficio e io volevo andare in spiaggia. Lui mi teneva lì a rivedere il match e mi diceva “riguardatelo tre volte e poi mi dici cosa hai notato”. Andava via e faceva le sue cose, dopo il novantesimo tornava e mi diceva “ok, cosa hai notato?”. E io rispondevo: “Direttore, ho fatto qualche giocata buona”. E lui ribatteva “no, qua hai alzato un braccio contro un compagno perché non ti ha passato la palla, qui non hai corso dieci metri indietro”. Mi segnalava una serie di cose che uno non vede a 19 anni. E lui me le ha fatte notare tutte. Sono stati dettagli importanti dentro e fuori dal campo. Calcisticamente mi ha aiutato tanto”.

Quanto ti hanno fatto crescere gli anni al Palermo?

“Moltissimo. Oltre al rapporto con Sabatini, Delio Rossi mi ha insegnato dei movimenti in un mese che nessuno mi aveva mai detto in tutta la mia carriera. Facevamo un lavoro individuale, io e lui da soli al termine dell’allenamento. Pensavo che non mi servisse a niente, ma mi disse “per un po’ non giochi titolare e vai in panchina, quando finisci un mese di tattica con me ti rimetto in campo”. Fu di parola: dopo trenta giorni mi schierò titolare, ero un altro giocatore”.

Chi è Javier Pastore fuori dal campo?

“Un ragazzo, anzi un vecchietto (ride, ndr), normale. Mi piace stare a casa con la famiglia, voglio vivere tranquillo”.

Qual è il tuo hobby preferito?

“Ora passare tempo con la mia famiglia. Quando ero giovane giocavo ai videogames. Adesso se ho un giorno libero magari gioco a volley. Mi piace tanto il cinema, con mia moglie ci andiamo tanto. In Francia non era semplice vederli in un’altra lingua quando avevamo un giorno libero venivamo a Roma con mia moglie per vedercene uno e tornavamo la mattina presto. Da quando sono qui è tutto più semplice”.

Cosa vedi nel tuo futuro quando smetterai fra tanti anni?

“Ora penso di farmi altri anni calcisticamente belli e poi ci penserò. Il calcio è la mia vita, farò sicuramente qualcosa in questo mondo. Ma ora ancora non lo so, la vita può cambiare da un giorno all’altro. Io sono argentino, mia moglie italiana, i miei figli sono nati in Francia. Chissà dove vivrò un giorno. Sceglieranno loro, sicuramente. Prima penso alla famiglia”.

Qual è l’obiettivo di questa stagione?

“Essere sempre a disposizione dell’allenatore, in ogni momento. Per novanta o dieci minuti. Voglio stare bene fisicamente e portare la Roma più in alto possibile. Il calcio è un gioco di squadra e se la Roma finisce in alto è perché tutta la squadra ha fatto bene, non solo un giocatore”.


Bavagnoli: "Siamo un gruppo unito e tutte devono esserci con la testa, dobbiamo fare un salto di qualità mentale”

Elisabetta Bavagnoli, tecnico della Roma Femminile, ha parlato ai microfoni di Sky Sport dopo il grande inizio di stagione. Queste le sue parole:

Ti aspettavi questo avvio di stagione?
“Dopo cinque giornate, devo dire che non mi aspettavo questo percorso, anche se è arrivato attraverso tante difficoltà. Devo dire però che questi tre punti contro il Sassuolo sono fondamentali. Abbiamo già affrontato due big del campionato, trovarci a meno uno dal secondo posto è un ottimo risultato”.

I prossimi impegni?
“Non ci poniamo limiti, sicuramente la partita di ieri ci ha messo di fronte a tante cose belle che abbiamo fatto, ma ci sono anche difficoltà su cui lavorare”.

Il cambio di modulo?
“Nel calcio femminile, se vogliamo crescere, dobbiamo trovare soluzioni diverse. Il cambio di modulo è dovuto anche alle caratteristiche di alcune calciatrici. Andressa fino ad ora non era al 100%, ora che sta crescendo ho pensato di metterla nella condizione migliore per potersi esprimere. Quello del 4-2-3-1 di ieri (contro il Sassuolo, ndr) era un esperimento, sono contenta per alcune cose, molto arrabbiata per altre”.

Nel secondo tempo contro il Sassuolo c’è stato un calo mentale?
“Penso che sia stato un calo mentale e mi preoccupa di più rispetto ad un calo fisico. Ci dovrò lavorare tanto con le ragazze, siamo un gruppo unito e tutte devono esserci con la testa, dobbiamo fare un salto di qualità mentale”.

Giugliano ha parlato della sofferenza nel secondo tempo, sei d’accordo con la sua analisi?
“Non ho parlato ieri dopo la gara con la squadra, sono contenta che Giugliano abbia fatto un’analisi puntuale sulla partita. Quando torneremo tutti insieme parleremo e analizzeremo i problemi. Dobbiamo migliorare da un punto di vista agonistico. Ieri abbiamo avuto occasioni per chiudere la partita, ma non le abbiamo sfruttate, dobbiamo essere più cattive”.

Credi nello Scudetto?
“In questo momento credo a tutto, perché credo moltissimo nelle mie giocatrici e nella loro voglia di migliorarsi. È mia responsabilità lavorare bene sulla loro testa”.

Un giudizio su Girelli?
“Parliamo di una grandissima professionista, in forma straordinaria. Per la Nazionale non si può prescindere da lei in questo momento. È sempre stata una calciatrice duttile e intelligente tatticamente, che si adatta al sistema di gioco e tutti la vorrebbero”.

Sulla Nazionale?
“È giusto analizzare le nostre gare, non si può prescindere dal bel gioco e l’Italia è nella condizione di mostrarlo. Bertolini (CT dell’Italia, ndr) ora sta sperimentando, come giusto che sia”.


Pau Lopez: "Non si può restare per tanti anni in una squadra dando l'addio nel modo in cui ho fatto"

Pau Lopez, portiere arrivato alla Roma nel corso dell'ultima sessione di calciomercato dal Betis Sevilla, è intervenuto ai microfoni dell'emittente televisiva MOVISTAR PLUS, per il programma 'Vamos'. Queste le sue parole:

"Non ho mai detto al club (L'Espanyol, ndr) di non voler rinnovare, ma penso che quando mi arrivò l'offerta per firmare un nuovo contratto fosse già troppo tardi. Ho fatto anche un errore, perché non si può restare per tanti anni in una squadra dando l'addio nel modo in cui ho fatto. E' vero che non mi pento di aver detto quello che ho detto, ho semplicemente descritto come sono andate le cose. Alla fine non ci ho guadagnato niente, e anzi, ci ho perso. Ho perso l'affetto della gente, il rispetto delle persone... Spero di riuscire a recuperarlo un giorno".

 


Rivoluzione in 4 mosse

IL TEMPO - BIAFORA- Come una formica ha costruito la sua Roma giorno per giorno, senza farsi prendere dalla frenesia dei risultati e senza cadere nello sconforto per lo spaventoso numero di infortuni subiti. Fonseca ha conquistato tutti con gioco e risultati a quattro mesi di distanza dall’inizio del ritiro. Il tecnico ha impresso una svolta notevole ad una squadra arrivata sesta lo scorso anno, che è dovuta passare anche attraverso gli addii di Totti e De Rossi. I giallorossi hanno ritrovato il terzo posto in campionato a 532 giorni di distanza dall’ultima volta, in particolare grazie a quattro mosse arrivate nell’ultimo ciclo di partite. L’intuizione più importante nelle quattordici partite fin qui disputate è stata quella di avanzare Mancini a centrocampo. Con gli infortuni di Pellegrini, Diawara e Cristante Fonseca aveva inizialmente pensato di dar fiducia a Pastore davanti alla difesa, ma l’esperimento non ha funzionato nel match con la Samp. Con il Gladbach lo staff tecnico ha rivoluzionato le cose e ha sorpreso tutti giocandosi la carta Mancini accanto a Veretout, riportando il Flaco sulla trequarti. Il toscano ha dimostrato una maturità tattica e mentale notevole, adattandosi alla perfezione in un ruolo che aveva interpretato soltanto ai tempi delle giovanili. In coppia con Veretout ha formato un’autentica diga davanti alla difesa, convincendo anche per la qualità nel palleggio, come ha dimostrato con il lancio per Spinazzola che ha propiziato il gol di Zaniolo con il Napoli. L’assetto tattico più equilibrato ha permesso anche a Pastore di sfoggiare le sue giocate e di ritornare ad essere il calciatore che aveva deliziato tutti ai tempi del Palermo. Il numero 27, mai in sintonia con Di Francesco, ha giocato quattro partite di fila da titolare (più 83 minuti con la Samp) senza accusare problemi fisici, infiammando le platee con assist e giocate di fino, aggiungendo al proprio repertorio anche un discreto impegno in fase di pressing e di recupero palla. Altra iniziativa decisiva di Fonseca è stata quella di cambiare il meno possibile nell’ultimo periodo, dando fiducia allo stesso blocco di giocatori e lasciando in panchina Florenzi, uscito dalla formazione tipo. Il tecnico ha specificato più volte che il capitano non ha alcun problema fisico: starà a lui riconquistarsi una maglia da titolare giorno dopo giorno. L’ultima scelta fondamentale di Fonseca, accompagnato in questo percorso dal ds Petrachi nei confronti con il gruppo, è stata quella di parlare chiaro ai suoi uomini, chiedendogli di cambiare immediatamente marcia dopo il deludente pari di Genova. Lo scatto di mentalità della squadra è stato netto e notevole, indice che l’allenatore ha fatto breccia nella testa dei giocatori grazie alle sue idee.