Jim deve fare piazza pulita

IL MESSAGGERO - CAPUTI - C’era una volta la Roma, anche quella americana. La Roma che seppur tra speranze disilluse, contraddizioni, problemi tecnici ed economici, aveva mantenuto dignità e credibilità. Mai, negli ultimi cinquanta e passa anni di storia giallorossa, si era giunti a un momento così deprimente. I risultati sportivi c’entrano poco, o meglio, le vicende di questi mesi, delle scorse settimane e delle ultime ore, ci spiegano chiaramente perché non siano arrivati e, ancora più grave, che con queste dinamiche interne non potranno mai arrivare. Il presidente Pallotta, assente dalla Capitale da più di un anno, ha un solo modo per arginare la squallida deriva del suo club: venire a Roma, metterci la faccia e azzerare il suo management, anche quello nascosto a Londra. Per tornare a essere credibile, la Roma ha bisogno di una completa rifondazione che depuri una dirigenza inquinata da lotte di potere e dallo scarico di responsabilità. Facce e regole nuove, dalle scrivanie allo spogliatoio, persone in grado di lavorare e giocare con orgoglio e dedizione per la Roma e i suoi tifosi.


Psicodramma Roma

IL TEMPO - BIAFORA - Ennesimo risveglio con il botto per i romanisti. A chiudere una stagione travagliata, che ha visto l'addio di De Rossi, la rescissione di Monchi, l'esonero di Di Francesco e la mancata qualificazione in Champions, è arrivata la bomba sganciata da «La Repubblica». In un'inchiesta a firma Bonini-Mensurati viene ricostruita una presunta fronda di parte dello spogliatoio durante l'arco di quasi tutta la stagione e viene spiegato uno dei possibili motivi che hanno spinto la società a non rinnovare il contratto di DDR. Il capitano, insieme a Dzeko, Manolas e Kolarov, avrebbe fatto pressione per mandare via il ds Monchi, il tecnico Di Francesco e Totti, dirigente ritenuto troppo vicino all'allenatore. Secondo il quotidiano il numero 16 si sarebbe imbufalito per l'acquisto di Nzonzi, suo doppione, arrivando a pronunciare la frase «Se non risolviamo la cosa, vi faccio arrivare decimi» e chiedendo contestualmente la rescissione del contratto. L'articolo di Repubblica cita poi un'email di Ed Lippie, ex preparatore atletico della squadra e uomo di fiducia di Pallotta, nella quale viene descritta al presidente la pesante situazione all'interno di Trigoria. Le fonti di tale rapporto, secondo il quale sarebbe necessario una 'detottizzazione', sarebbero il medico sociale Del Vescovo e il fisioterapista Stefanini, molto legato a De Rossi, allontanati ad inizio marzo dalla Roma. Tale scelta avrebbe fatto calare il gelo nei rapporti tra le due bandiere, durato fino all'abbraccio andato in scena dopo Roma-Parma.

La prima dura replica ai contenuti dell'articolo è arrivata da Pallotta («Sono tutte stronzate, è chiaro che qualcuno sta provando a danneggiare la Roma con continue bugie»), seguita poi da una nota del club: «L'AS Roma desidera prendere le distanze dalla ricostruzione apparsa sulle pagine sportive della Repubblica in data odierna. Contrariamente all'abitudine del Club, che non è solito commentare le indiscrezioni di stampa, a tutela delle persone menzionate nel servizio, l'AS Roma ritiene che non sia attendibile trasformare in fatti eventuali opinioni espresse da terzi, e riportate a terzi, delineando in questo modo un quadro distorto e totalmente distante dalla realtà». Da quel di Tokyo non è giunto alcun commento di De Rossi, che ha però intenzione di querelare il quotidiano e gli estensori del pezzo, ma soltanto una sibillina storia Instagram della moglie Sarah Felberbaum: «A volte l'unica cosa di cui hai bisogno è capire che meriti di meglio». Si è tirato fuori dalla vicenda anche l'ex direttore sportivo Monchi: «Non voglio fare commenti, adesso lavoro al Siviglia e ho già tanti casini. Però non capisco la genesi di questa storia, perché io questi giornalisti non so chi siano e non li ho mai incontrati. Non so proprio - ha detto Monchi all'Ansa - e non posso parlare: sarebbe una mancanza di rispetto verso la Roma, e anche il Siviglia». Di poche parole il dottor Del Vescovo: «Non voglio fare commenti, e non ho mai parlato in vita mia con i giornalisti. Non commento - ha proseguito l'ex medico sociale giallorosso - in generale, e mantengo una linea legata alla mia professione e professionalità. Io sono sempre a favore della società e delle sue direttive. Ripeto, non voglio fare commenti, ma sono molto rispettoso di tutto ciò che gira intorno alla società As Roma». L'unica certezza è che la Roma ha bisogno di lasciarsi alle spalle il momento più difficile degli ultimi anni, voltando pagina.


Tifosi divisi tra incredulità e amarezza

IL TEMPO - Tifosi infuriati, amareggiati, increduli e divisi. Nell'arco di pochi giorni sono passati dalla notizia dell'addio dell'ultima bandiera giallorossa alla notizia, forse anche più incredibile, del caos interno al club. Altro fulmine a ciel sereno. L'inchiesta di Repubblica ha tolto il sorriso a gran parte della tifoseria romanista ma al tempo stesso ha sollevato un mare di dibattiti. «Possibile che tra quelli che sembravano due amici fraterni come Totti e De Rossi ci siano stati questi intrighi?», si sono chiesti in molti. Ed ecco che i due simboli della Roma improvvisamente vengono messi in discussione anche dai tifosi. «Un inferno» per qualcuno, e allora «quell'abbraccio era finto?» Tante, troppe le domande, troppo poche le risposte. Ma su una cosa i tifosi romanisti sembrano veramente uniti: «la società questa volta ha toccato il fondo perché incapace di gestire la squadra, i cosiddetti senatori e anche i capitani, ex ed attuale», scrivono sui social.

«L'inchiesta di Repubblica sulla Roma? L'ho letta stamattina, bisogna vedere cosa verrà fuori, sono rimasto un po' scioccato», la reazione di Pierfrancesco Favino ospite di «Un Giorno da Pecora». L'attore, conduttore e grande tifoso romanista guardando al futuro, ha le idee chiare su chi vorrebbe vedere sulla panchina giallorossa: «Personalmente, vorrei De Rossi». Poi, c'è la sfilza di ex giocatori della Roma ancora innamorati di una squadra che nonostante tutto non si tocca. Giancarlo (Picchio) De Sisti, campione europeo nel 1968 e vicecampione mondiale nel 1970 con la Nazionale italiana ha raccontato che leggendo i fatti recenti non credeva ai suoi occhi: «Mi sembra fantascienza. Totti e De Rossi l'uno contro l'altro è semplicemente assurdo.... nel calcio i problemi di spogliatoio sono all'ordine del giorno, ma così mi sembra veramente troppo!. I tifosi hanno appena finito di piangere per l'addio di De Rossi....non è possibile».

 

 

 

Il ds Petrachi sceglie l’allenatore

IL TEMPO - BIAFORA - Petrachi inizia a costruire la Roma del futuro. Il dirigente è nella Capitale da qualche giorno ed ha dato il via ai primi incontri per risolvere la questione allenatore e pianificare il calciomercato estivo. Uno dei compiti prioritari del ds, convinto di liberarsi dal Torino entro le prossime due settimane, è quello di trovare un tecnico dopo i no di Conte e Gasperini. Insieme agli altri uomini del club si sta ragionando sul miglior profilo su cui puntare, con Sarri in cima alle preferenze, seguito nell'ordine da De Zerbi, Mihajlovic, Gattuso, Giampaolo e dagli stranieri Fonseca e Bordalas. Al momento non trova confermme l'accelerata per il serbo, che nel recente passato ha avuto qualche contatto con Totti: il Bologna vuole ripartire da lui dopo aver conquistato la salvezza e già vengono impostate in sintonia le prime operazioni di mercato. La Roma resta in attesa degli sviluppi su Sarri, fresco vincitore dell'Europa League e desideroso di continuare il lavoro al Chelsea, titubante su un esonero che sembrava ormai certo.

Oltre all'allenatore un'altra urgenza di Petrachi sono le cessioni, dovendo effettuare una cinquantina di milioni di plusvalenze entro il 30 giugno. Tra i giocatori con le valige in mano c'è sicuramente Dzeko, pronto a cambiare aria dopo quattro anni in giallorosso. Il numero 9 è cercato con insistenza dalla nuova Inter di Conte e dalla Bosnia è arrivata la notizia che il ct Prosineski gli ha concesso un giorno di permesso per risolvere la questione prima degli impegni con Grecia e Italia. Dzeko sta già cercando casa a Milano, ma prima della definizione dell'affare le due società devono trovare un accordo sulla valutazione (sopra i 4,6 milioni sarà tutta plusvalenza) e non è da escludere l'opzione di uno scambio.


Conte è ufficialmente il nuovo allenatore nerazzurro

L’Inter annuncia che Antonio Conte sarà il prossimo allenatore della squadra tramite un tweet pubblicato sul profilo ufficiale questa mattina. 


Trigoria non è Suburra ma ora serve fare pulizia

GAZZETTA DELLO SPORT - CECCHINI - Fronde più o meno palesi, sfiducia nel tecnico e nei dirigenti, minacce, inimicizie, un’email segreta e poi esoneri, dimissioni, addii e veleni. Il tutto condito da affari, politica, ambiente malato in una città tentacolare. Sembra la trama di una serie tv da non perdere e invece è un anno di Romaricostruito mettendo insieme tanti pezzi diversi da agosto a giugno: alla fine si forma un puzzle desolante, ma per buona parte non molto diverso da quello che tanti altri club vivono nelle stagioni più difficili o sfortunate. A colpire nella ricostruzione dettagliata fornita da «La Repubblica», non sono tanto i piccoli e grandi casi tipici in una squadra che va in crisi, quanto la sensazione netta che intorno o all’interno della società qualcuno abbia interesse a informare per demolire: per strategia (che può portare vantaggi personali ma nessuno al club) o per vendetta. A Trigoria sono state fatte scelte sbagliate, ci sono stati dissidi, liti e fasi caotiche. Ma non ci sono partite truccate o scandali da procura. Non è Suburra. A meno che non ci siano cose in più rispetto a quelle riportate. Il rapporto tra Totti e De Rossi può aver vissuto una fase di incomprensioni, ma dichiarazioni, tweet e abbracci dell’ultimo periodo erano solo fiction? A Totti il compito adesso, se gli verrà consegnato, di aiutare la Roma a tornare in alto. Alla proprietà di non sbagliare scelte di mercato e di organizzare al meglio la società. Magari facendo un po’ di pulizia, non solo nella squadra...


L’amarezza di Totti e la telefonata a De Rossi: “Hanno giocato sporco”. “È tutto falso”

GAZZETTA DELLO SPORT - CECCHINI - Dov’eravamo rimasti? A quell’abbraccio a centrocampo e ad una Roma che ronza sempre nei loro pensieri. Tra le prime telefonate che sono giunte ieri in Giappone a Daniele De Rossi c’è stata la sua, quella di Francesco Totti. Poche parole, che hanno sintetizzato lo sconcerto di un tandem che in 18 anni di convivenza nello spogliatoio ha avuto inevitabili frizioni, che però non hanno intaccato il loro affetto di fondo. «Hanno giocato sporco», ha detto Francesco a Daniele – che nega tutto –, sapendo che alcune «verità» si colorano a seconda del contesto in cui vengono raccontate. E così entrambi concordano su due dati di fondo che non sono sfuggiti a nessuno di coloro che seguono la Roma. 1) È noto che Totti da due anni chieda di avere un vero potere decisionale, ma finora è rimasto soprattutto a guardare. Un esempio su tutti: in questa stagione ci sono state due riunioni plenarie ai massimi livelli: a Londra ad ottobre e a Boston a marzo. Ebbene, in nessuna delle due l’ex capitano è stato presente. Impressioni? Poco logico affidare a Totti il ruolo decisivo nella scelta di mandare via il coordinatore medico Del Vescovo e il capo dei fisioterapisti Stefanini. Postilla: ieri quest’ultimo ha affermato due concetti chiave: «De Rossi è un professionista esemplare e non ha deciso Totti il mio allontanamento». 2) Alla luce della ricostruzione di «Repubblica» De Rossi apparirebbe come un personaggio che ha condizionato in negativo la stagione della Roma, che alla fine ha perso circa sessanta milioni per il mancato accesso alla Champions. E come si tiene questa considerazione – sulla carta evidente alla proprietà – col fatto che solo un paio di settimane fa, oltre ad offrirgli un nuovo contratto a gettone – gli hanno proposto di diventare vice ceo del club? Inspiegabile dare un ruolo a uno così «pericoloso». Ecco, di questo e altro hanno parlato ieri i due capitani. E se Daniele – tentato dalla querela e contattato anche dai dirigenti – deve ancora decidere del suo futuro, Totti aspetta solo che la proprietà dia fede alle promesse e lo nomini direttore tecnico, magari contestualmente alla investitura di Petrachi come d.s. A quel punto toccherà a Francesco incidere, sperando di non farsi zavorrare dagli strascichi che questa storia potrebbe avere anche su di lui. Ma nella vita, a volte, si diventa grandi anche passando attraverso le bufere.


Fronde, veleni e liti? Pallotta difende la Roma: “Manovra per colpirci”

GAZZETTA DELLO SPORT - CECCHINI - In mattinata, un comunicato aveva provato a spegnere le fiamme. «Repubblica» scriveva che di De Rossi che guidava la rivolta anti-Totti, parte di squadra e staff contro Di Francesco, Morchi «narcisista», squali pronti a prendere la società e così via? Il club rispondeva di «prendere le distanze dalla ricostruzione» e di «non ritenere attendibile trasformare in fatti eventuali opinioni espresse da terzi, e riportate a terzi, delineando in questo modo un quadro distorto e totalmente distante dalla realtà». Ma se queste parole sono apparse stoccate di fioretto (e Monchi si è limitato a dire: «Non ne so nulla di questa storia»), ad impugnare la sciabola ci ha pensato il presidente Pallotta, che così si è sfogato.. «Sono tutte stupidaggini, qualcuno sta provando a danneggiare la Roma con continue bugie. C’è gente che vuole il caos. Adesso comincerò a fare pulizia». Parole dure quelle del massimo dirigente giallorosso, che preannunciano un’estate di fuoco per parecchi. Inutile nasconderlo, Pallotta si sente sotto attacco. E a far virare il suo umore verso il basso non sono stati solo i risultati sportivi, molto al di sotto delle aspettative. C’è anche dell’altro, visto che sente volare sopra alla società parecchi avvoltoi che stanno approfittando del momento negativo.

Voci societarie

Non è un mistero che il numero uno della Roma da tempo si affanni a smentire qualsiasi ipotesi di cessione del pacchetto di maggioranza, mentre nota invece come il nome della Roma sia sempre associato a paesi arabi che dovrebbero portare la società verso «leopardiane magnifiche sorti e progressive» che potrebbero fare da specchietto per allodole agli occhi dei tifosi. Non basta. Anche il via libero per lo stadio continua a slittare, nonostante l’ottimismo presidenziale lo porti a immaginare che entro l’estate il Comune possa dare il via libera.

Ricostruzione

Alla luce di tutto questo, è naturale che vedere descritta la gestione di Trigoria come fuori controllo non gli fa piacere, perché da anni ha piazzato uomini di fiducia in tutti i settori, tra i quali appunto quell’Ed Lippie, estensore della famosa mail finita nelle mani di «Repubblica». Ecco, la pulizia probabilmente comincerà proprio da lì, perché l’intendimento dell’uomo el presidente non era certo raccontare un tutti contro tutti, ma provare soprattutto a spiegare come mai una rosa che lo stesso Pallotta ad agosto aveva definito «la più forte della sua gestione», sia finita in questo modo. Troppi infortuni, troppe scelte di mercato sbagliato, troppo deteriorato il feeling con Monchi. Ma se a questo si aggiungono ricostruzioni che descrivono il capitano della squadra teso a fare i suoi interessi (la diatriba per l’arrivo di Nzonzi), pronto ad aizzare i senatori contro l’allenatore (sul gioco proposto da Di Francesco) e in gradi di mettere sotto i piedi anche l’amicizia con Totti, allora per il presidente la misura è colma, anche perché De Rossi voleva fare vice Ceo. Perciò occorrerà fare la voce grossa e cercare di scovare anche chi ha fatto parlare male della Roma. Solo a questo punto – tra nuovo allenatore e nuova dirigenza – si potrà ricominciare la ricostruzione. Avviso ai naviganti: ben presto (forse oggi stesso) il presidente fornirà la sua interpretazione dei fatti e renderà note alcune linee guida del prossimo futuro. Certo, anche ieri Roma si è rivoltata contro di lui e Baldini a suon di nuovi striscioni, ma non c’è nessuna intenzione di gettare la spugna.

 

DiFra e i suoi senatori

I titoli di coda è doveroso lasciarli a Eusebio Di Francesco, che sulla presunta fronda dei senatori contro di lui ha replicato con un sorriso: «Sono gli stessi ragazzi che mi hanno portato in semifinale di Champions un anno fa». Già. Eppure mai come adesso pare che sia passato un secolo.


Flop, polemiche, costi. Roma, la rivoluzione partirà dai senatori

GAZZETTA DELLO SPORT - (...) Se Pellegrini e El Shaarawy aspettano di parlare con la società per chiarire il proprio futuro, ma non sembrano avere voglia di andar via, così come capitan Florenzi, i famosi tre senatori citati nell’articolo di ieri da La Repubblica, sembrano non aver più voglia di vestire giallorosso. E la Roma, dal canto suo, li considera tutto tranne che imprescindibili.
Dzeko è ai saluti, Manolas anche, ma chi conosce bene il greco dice che, col suo carattere particolare, non è escluso che cambi idea all’ultimo minuto, come fece due anni fa. Stesso discorso per Kolarov: il serbo ha ancora un anno di contratto e con la Roma potrebbe rescindere, in modo da trovarsi una squadra e far risparmiare alla società l’ingaggio da 5 milioni lordi, ma non ha ancora preso una decisione definitiva.

Situazione più complicata, quella di Pastore. L’argentino ha altri 4 anni di contratto ad oltre 4 milioni di stipendio, il feeling con la Roma non è mai scattato, per usare un eufemismo, e toccherà al nuovo d.s. trovare una sistemazione più idonea. (...) Più semplice sarà piazzare Olsen: lo svedese ha offerte dalla Premier e dalla Bundesliga. (...) Altro caso spinoso è quello di Nzonzi: il francese campione del mondo, a dispetto di quello che si potrebbe pensare, vorrebbe restare a Roma almeno un altro anno per giocare titolare e dimostrare le sue qualità. Sarà il nuovo allenatore a decidere se puntare ancora su di lui (...).
Andrà, invece, con ogni probabilità in prestito il croato Coric (...). Il club cercherà di vendere Karsdorp (appena 15 presenze in due anni) (...). In dubbio invece il futuro di Perotti. L’ingaggio da tre milioni netti poi scoraggia le pretendenti. E anche questo, per la Roma, è un problema.


Conte: “Ecco perché ho scelto l’Inter. Mi ha colpito la chiarezza della società”

GAZZETTA DELLO SPORT - L’annuncio, le interviste, i contenuti social, i duetti con Steven Zhang nei primi video girati in uno studio televisivo, il feeling con Beppe Marotta, il viaggio di oggi a Madrid per assistere alla finale di Champions League di domani sera al Wanda Metropolitano: Antonio Conte s’è già preso l’Inter, senza averla allenata neppure per un minuto. (...)

In attesa dell’ufficialità prevista per oggi, l’ex c.t. adesso, di nerazzurro vestito, confessa: «Inizia un nuovo capitolo della mia vita, sono entusiasta. Cercherò con il lavoro di ricambiare tutta la fiducia che il presidente e i dirigenti hanno riposto in me. Ho scelto l’Inter per la società, per la serietà e l’ambizione del progetto. Per la sua storia. Mi ha colpito la chiarezza del club e la voglia di riportare l’Inter dove merita».


Cambia l’identikit: salgono Fonseca e Mihajlovic

GAZZETTA DELLO SPORT - (...) Pur tenendo la rosa ancora abbastanza larga, per questo a Trigoria stanno prendendo corpo due profili abbastanza differenti tra di loro, che però possano riuscire nello scopo di far voltare pagina. Primo identikit: carattere forte, impermeabilità alle polemiche, capacità di lavorare sodo sul campo e di galvanizzare lo spogliatoio quando occorre. Più o meno la pista che potrebbe portare a Sinisa Mihajlovic. (...) Mihajlovic si sente sicuro del fatto suo, forte per domare i mugugni iniziali e conquistare l’ambiente, dando un’anima ad una squadra presumibilmente giovane e sicuramente di corsa. Tutto questo, forte del buon rapporto con Totti e avendo le spalle larghe per ignorare l’ultima bufera.

Il secondo profilo, invece, potrebbe essere di segno diametralmente opposto. Ovvero, così lontano dalla realtà romana da potersi permettere il lusso d’ignorare completamente tutto quello che è avvenuto fino a questo momento. Questa pista porta a Paulo Fonseca, il portoghese che da anni è alla guida dello Shakhtar Donetsk, con cui si è tolto diverso soddisfazioni praticando un buon calcio. Il club ucraino è disposto a liberarlo (...)
Tutto questo non significa che le alternative siano meno stimate. Vengono seguiti con grande interesse Roberto De Zerbi, Marco Giampaolo e Rino Gattuso, tutti e tre in grado di produrre calcio e far crescere i giovani. Il loro problema, eventualmente, è quello di doversi inserire in un ambiente difficile come quello della Roma nel peggiore dei momenti, con i tifosi sul piede di guerra contro la proprietà e la dirigenza. (...)


Gasperini: "Alla Roma di sicuro avrei guadagnato di più"

GAZZETTA DELLO SPORT - GARLANDO - Gian Piero Gasperini, il Colleoni di Grugliasco, miglior condottiero del campionato, combatterà ancora al soldo dei Percassi e guiderà la campagna di Champions. Bergamo ha tirato un sospiro di sollievo, serena come neppure Venezia. Durante la nostra chiacchierata ha telefonato il sindaco Giorgio Gori che si è complimentato per la stagione e per la scelta di restare. Il Gasp ha ricambiato per la conferma elettorale e ha aggiunto: «Come potevo lasciare questa città?».

Gasperini, anche Roma ha un certo fascino…

«Roma è Roma. E credo si potesse fare un buon lavoro. Di sicuro avrei guadagnato di più. Ho preso tempo. A tutti i club che mi hanno contattato, anche dall’estero, ho spiegato che non avrei risposto prima dell’incontro con il presidente Percassi».

Che era un difensore tosto e infatti ha stoppato l’ex centrocampista Gasperini.

«Non ci ho mai giocato contro, ma so che era un tipo alla Palomino. Nella mia Atalanta mi avrebbe fatto comodo».

Tackle duro?

«La questione non era economica, ma tecnica. L’eliminazione con il Copenaghen è stata molto dolorosa, perché avevamo lavorato tanto per conquistare l’Europa League. Ma non eravamo nelle condizioni di competere, eravamo incompleti e gli acquisti erano arrivati tardi. Dalle ceneri di quell’amarezza è nata la nostra reazione e la spinta per una stagione esaltante. Nel momento più critico chiesi ai ragazzi di scrivere alla lavagna quale sarebbe stato il nostro traguardo. Nessuno scrisse Champions. Un paio dei più giovani, ottimisti, scrissero Europa League. I più: togliersi in fretta dai guai. Ilicic: la salvezza. E non fu il solo. I ragazzi sono stati eccezionali e sono andati oltre ogni speranza, nonostante una rosa ridotta. Alla fine, forse, l’uscita dall’Europa League è stata un bene. Ma quanto è successo deve servirci da lezione per il futuro».

Percassi non gradì la definizione di «mercato triste».

«L’impegno economico è stato alto, vedi Zapata. Ma non mi era mai successo di affrontare una stagione con un numero così ridotto di giocatori. Giovani come Bettella, Tumminello, Reca… diventeranno importanti, ma per il livello raggiunto da questa Atalanta, hanno bisogno di un passaggio altrove. Poi forse torneranno. L’Atalanta è diventata un’altra cosa, tre anni fa nessuno poteva immaginarlo. Ormai bisogna tenerne conto».

E così, nell’incontro chiave per il futuro, le hanno promesso un mercato «allegro».

«Per prima cosa, non parte nessuno. Avviso ai naviganti: non avvicinatevi che tanto l’Atalanta non vende».

Neppure se uno porta 60 milioni per Zapata o Mancini?

«A quelle cifre ne parliamo, perché si possono trovare sostituti. Nessuno parte e poi acquisti importanti in attacco, alternative per Gomez, Ilicic e Zapata. Un centrocampista, due se non verrà riscattato Pasalic. In difesa e sulle fasce siamo più attrezzati. Vedremo le opportunità che si presenteranno. Il mercato ormai si fa così, non inseguendo i sogni».

Immaginiamo che non riterrebbe «allegri» 4-5 giovani di prospettiva.

«Non mi aspetto 4-5 Ilicic. E’ nella natura dell’Atalanta scommettere su qualche giovane, ma 3-4 devono essere giocatori di spessore, già pronti per la Champions. Penso a una rosa di 17-18 titolari più qualche giovane. Da settembre a dicembre ci aspettano 9 turni infrasettimanali. Per l’11-12 luglio, quando inizieremo la preparazione, questa volta, dovremo essere quasi al completo, per partire subito bene. Il presidente Percassi è stato sempre disponibile a rafforzare la squadra, nel rispetto sacro dei bilanci. Ora l’asticella si è alzata. Luca Percassi sarà impegnato in modo diretto nella costruzione tecnica della squadra, a tempo pieno. Questo garantirà velocità d’azione e presenza continua. Un punto determinante nella decisione di rimanere a Bergamo. Ma non solo».

Cioè?

«Non avevo bisogno di una big. Per società, squadra e tifo, io sono già in una big. Difficile trovare una proprietà appassionata e generosa come quella dei Percassi. Non potevo lasciare l’Atalanta e la sua gente prima della Champions. Al primo anno, dopo 4 sconfitte in 5 partite, un uomo mi fermò sotto casa e mi disse: “Mi piacciono le sue idee. Sono convinto che qui farà bene”. Dubitai che mi prendesse in giro. Salvai la panchina col Crotone, rincontrai quel signore che mi invitò a cena a casa sua. Non conoscevo ancora nessuno a Bergamo. Cucinò un ottimo risotto. Oggi Paolo è un mio buon amico. Di risotto in risotto siamo in Champions... Tutta la città mi ha voluto bene. Non esiste una tifoseria di famiglie come la nostra. Io sono orgoglioso del comportamento impeccabile dei nostri 25 mila a Roma, per la finale di Coppa Italia, nonostante i torti».

In cosa si sente bergamasco?

«Nello spirito. Piedi per terra, senza esaltazione. I bergamaschi sono concreti. Io che ho abitato davanti al mare e all’orizzonte li ho spinti a sognare. Una piccola spinta. Come ha scritto un poeta, il bergamasco s’infiamma di rado, ma è brace sotto la cenere. Io ho solo soffiato un po’...».

Champions. Girone facile: Zenit, Benfica, Salisburgo. Girone di ferro: Manchester City, Real Madrid, Ajax. Scelga.

«Girone di ferro. Dobbiamo portare la nostra gente negli stadi più nobili. Se è una favola, che sia un gran ballo al Bernabeu o davanti alla curva del Liverpool. Il presidente sta facendo di tutto per ospitare la Champions nel nostro nuovo stadio. Sarebbe fantastico».

La prossima Atalanta sarà la sua squadra più forte?

«Ho allenato campioni come Milito e Thiago Motta. Ma sì, credo che la prossima Atalanta sarà la mia squadra più forte».

Qualche ritratto. Gollini?

«All’inizio ha fatto maluccio, più che altro ha gestito senza osare. E’ uscito e per qualche mese ci ha pensato su. Quando è rientrato tra i pali è stato determinante. Ha fatto punti come Zapata e Ilicic. Parate come gol. Non è più una scommessa. Ora è un portiere».

Dicevano: senza Conti e Spinazzola è un’altra Atalanta.

«Hateboer e Castagne hanno corsa e agonismo europeo. Ora che sono cresciuti tecnicamente e ci hanno messo i gol che mancavano nella stagione scorsa, la forbice con Conti e Spinazzola si è chiusa. Mettiamoci anche Gosens. Un olandese, un belga, un tedesco. Sono molto legati tra loro».

Difesa.

«Djimsiti è stato la rivelazione. Masiello a inizio stagione ha faticato. Lui, da sempre perno di tutto, si è ritrovato fuori. Non si è mai lamentato, ha lavorato duro e, quando è rientrato, si è dimostrato più forte di prima. Un esempio. Anche per le lacrime dell’Olimpico».

Freuler e De Roon, insostituibili. Per necessità.

«Infatti hanno terminato con le batterie scariche… Hanno mandato in tilt il contachilometri. Due tipi riservati».

Più esuberante Ilicic.

«Infatti quando andai a trovarlo in ospedale e non rispondeva alle battute, mi preoccupai. Aveva un collo come un melone. Ci spaventammo tutti per quell’infezione. Josip scherza sempre, è strano. L’unico contento di andare in panchina. Prima di Sassuolo-Atalanta gli dissi che sarebbe entrato nella ripresa. Era felice come se gli avessi pagato una cena… Poi entrò e segnò 3 gol. Contro la Juve continuava a farmi segni per farsi sostituire. Io facevo finta di non vedere. Allora ci provò con Gritti: “Dì al mister che non ne ho più… Sono cotto...”».

Che stagione il Papu....

«Quando ha cominciato a perdere qualche gol, l’ho trasformato in un tuttocampista. Splendido. Determinante per la sua qualità e la personalità. Spostandosi dalla fascia al centro si è sentito ancora più leader. Tutti ricordano le sue giocate, io anche certi recuperi decisivi. Ha allargato il suo raggio di corsa. E’ diventato un altro».

Zapata?

«Mai visto un uomo sudare tanto… Estate caldissima. Duvan faticava, strizzava gli occhi e zampillava come una fontana. Ma non si lamentava mai. I gol non lo hanno cambiato. Sorrideva solo di più e sudava meno».

L’Atalanta è la squadra che ha ricevuto meno cartellini e, dopo il Napoli, quella che ha fatto meno falli. Eppure sembra una macchina da guerra.

«Si può essere aggressivi senza essere fallosi. Basta usare l’anticipo. Io lo alleno nelle partitelle vietando falli e cariche. Solo aggressione alla palla».

Le sue sono idee in evoluzione. Prossima frontiera?

«Migliorare tecnicamente. Sbagliamo troppi passaggi. Sono gli uomini a dettare varianti e novità. Tipo l’interscambio in uscita Toloi-De Roon».

Una perla di stagione?

«L’Ajax che ha dimostrato come l’esperienza sia un valore sopravvalutato. Contano di più corsa, qualità, tecnica. Per noi esperienza significa: calma, tranquilli, rallentiamo...»

L’Ajax ha esasperato la faida tra giochisti e risultatisti.

«Se l’Atalanta non fosse arrivata terza, non avrebbe avuto tanto risalto. Il risultato conta. Io rispetto tutti i mezzi per arrivarci, ma non dirò mai: se volete divertirvi, andate al circo. Altrimenti ci sarebbero stadi vuoti e lunghe file fuori dai tendoni de i circhi. I tifosi sono maturi per apprezzare lo spettacolo oltre il risultato. Che non sarà mai la sola cosa che conta».

Come la seguono i suoi figli?

«In modo diverso. Davide, 34 anni, ingegnere, non perde una partita, soffre, è scaramantico. Ha organizzato gli impegni di lavoro per seguirci all’estero. Andrea, 31, laureato in Economia, in genere registra la partita, ma può capitare che poi non le veda… Porta fortuna. Quest’anno la prima volta che è venuto allo stadio abbiamo battuto la Juve 3-0. E a Roma in Coppa Italia non c’era».

Sua moglie?

«Cristina finge distacco, ma le interessa. Segue le partite a Bergamo. Ci siamo conosciuti a scuola, Istituto Sommeiller, Torino. Ragioneria».

Suo padre Gino esponeva alla finestra di casa, a Grugliasco, il bandierone del Genoa quando lei vinceva, vero?

«Vero. Ha fatto in tempo a essere orgoglioso di un figlio allenatore. Certo che sarebbe stato bello vedere il bandierone dell’Atalanta alla sua finestra, per la Champions».

Gasperini, ma stavolta gliela daranno la Panchina d’oro?

«Nel caso, propongo che un allenatore possa vincerla una volta sola. Altrimenti la danno solo a chi arriva primo. E sono sempre i soliti. Si può essere bravi anche senza vincere».