L'Inter non molla su Dzeko

IL TEMPO - AUSTINI - È  arrivata l'ora guardarsi in faccia e decidere. Una volta per tutte. L'Interspezza l’immobilismo su Dzeko con una nuova mossa: ieri pomeriggio ha convocato l’amico-agente del bosniaco, Silvano Martina, per confermargli il desiderio di regalare il centravanti a Conte. E, soprattutto, per spedire un messaggio alla Roma. «Vogliamo capire qual è il prezzo finale» la domanda fatta dai dirigenti nerazzurri a Martina, dopo il tira e molla ormai lungo quasi due mesi che non ha neppure avvicinato alla fumata bianca. L'ultima offerta dell'Inter è di 14 milioni, mentre Petrachi col passare del tempo ha addirittura alzato la posta rispetto alle richieste iniziali: ora i giallorossi chiedono 20 milioni più 5 di bonus, per arrivare a 25 totali, garantirsi una plusvalenza corposa e ottenere il cash per acquistare un sostituto. E, in fondo, il vero problema è qui: la Roma sarebbe disposta a sacrificare Dzeko, ha avvisato Fonseca sin dal suo arrivo e il giocatore stesso ha esposto senza nascondersi il suo desiderio al tecnico, ma l’idea di prendere Higuain non ha preso corpo, tanto meno è diventata concreta la pista Icardi. Da qui a settembre molto può ancora succedere su ogni fronte, la destinazione di Lukaku - Juve o Inter - condizionerà le scelte sugli altri centravanti, ma ad oggi la Roma non può permettersi di cedere Dzeko. Tempo una decina di giorni e si capirà il finale della telenovela, col bosniaco che continua a spingere per andare all'Inter ma al tempo stesso, almeno finora, non si è mai risparmiato durante gli allenamenti e le amichevoli. Anzi, ha guidato la squadra da leader e da professionista, dopo una stagione intera cui il suo malumore è stato evidente e il rendimento sotto gli standard. Adesso forzerà la mano e cambierà atteggiamento? Vedremo. L'Inter, dal suo canto, non vuole ritrovarsi a offrire 18 milioni (punto di caduta possibile con i bonus) e beccarsi un altro rifiuto. Tenere il centravanti senza un nuovo contratto, che Edin non ha intenzione di firmare a prescindere con i giallorossi, rappresenta comunque un rischio perla Roma (e un danno visto che andrà via a parametro zero), ma è considerato un male minore rispetto a prendere un sostituto di ripiego. Bocciato al momento l'innesto di Llorente che è comunque legato alla partenza di Schick in prestito in Germania (Borussia Dortmund o Bayer Leverkusen), Petrachi continua a scandagliare il mercato dei centravanti e al tempo stesso dei difensori centrali. Su Alderweireld i tentativi sono andati a vuoto, il Tottenham fa muro ancor di più dopo aver perso Foyth per un infortunio al tendine d'Achille. Il mercato in Inghilterra chiude giovedì ma solo in entrata, non è da escludere un nuovo assalto, mentre va tenuta d'occhio la situazione di Pezzella, in lite con Montella e messo alla porta dalla Fiorentina, che ha già in mano Kannemann come sostituto.


Veretout quasi pronto, Pastore out

IL TEMPO - SCHITO - Quinta settimana di lavoro per la Roma di Fonseca. La squadra, dopo un giorno di riposo, è tornata operativa con un lungo allenamento fatto di palestra, corsa, esercizi con la palla e tattica. Con Santon rientrato gradualmente in gruppo, Gonalons e Riccardi che stanno completando la fase di riatletizzazione, Veretout prossimo ad aggregarsi al resto della squadra, rimangono out solo Pastore, che svolge lavoro individuale alla luce di un affaticamento muscolare, Nzonzi e Karsdorp, che sono stati sottoposti a terapie in seguito ai lievi infortuni muscolari accusati nei giorni scorsi. «Quando il mio procuratore mi ha prospettato Roma - le parole diGianluca Mancini alla tv del club - gli ho detto senza esitare: "Voglio andare". Qui sono passati tanti campioni, è un onore rappresentare questa maglia. Fonseca è diretto, ti dice apertamente se fai bene o male. Siamo all’inizio, ma mi ha subito fatto una buonissima impressione». Oggi doppia seduta, domani si torna nuovamente in campo a Perugia: fischio d'inizio alle 20 (diretta Roma Tv) contro l'Athletic Bilbao. Domenica all'Olimpico arriva il Real Madrid.


Mancini, il difensore che sa fare gol: "Fonseca è ok, ma Kolarov è incredibile"

GAZZETTA DELLO SPORT - Fonseca domani contro l’Athletic punterà su di lui. Non solo perché Gianluca Mancini è un giocatore che ti può far vincere le partite, ma anche perché, al momento, è il difensore più affidabile nella rosa giallorossa. Ieri l’ex Atalanta ha rilasciato un’intervista ai canali ufficiali del club. Questo è uno stralcio delle sue parole, riportate da La Gazzetta dello Sport: “Fonseca mi ha fatto una buonissima impressione. È sicuro di sé, delle sue idee. È molto diretto e ti dice apertamente se fai bene o male. Siamo all’inizio, ma mi ha subito fatto una buona impressione. Dialoga molto con il gruppo e con i singoli, come è giusto che sia. L’intensità degli allenamenti è alta, i primi giorni sono rimasto a bocca aperta. Questi sono gli allenamenti giusti per trovare la buona condizione per l’inizio del campionato”.


I numeri 10 e 16 della Roma in campo, ma con le donne

GAZZETTA DELLO SPORT - C’è chi ne sarà semplicemente orgoglioso, e chi, invece, proverà soltanto un pizzico (o qualcosa in più) di malinconia. Esistono una maglia numero 10 e una maglia numero 16 della Roma, negli spogliatoi di questa stagione. Non per gli uomini, perché due numeri così pesanti sono destinati a rimanere nel cassetto fino a data da destinarsi. Ma per le donne, quelle donne della Roma femminile che stanno per iniziare il campionato con la volontà di finire, almeno, tra le prime due, dopo il 4° posto 2018-19. (...) L’onore e l’onere di essere gli unici numeri 10 e 16 - ufficiali - del club spetta a Manuela Giugliano e Claudia Ciccotti. La prima è nata nel 1997, quando lo storico numero 10 della Roma, Francesco Totti, già giocava da 4 anni in Serie A (ma senza il suo numero del cuore, ancora), mentre la seconda è classe 1994, l’anno in cui De Rossi ha messo piede per la prima volta a Trigoria. (...)  Claudia Ciccotti, romana, è in giallorosso già dalla scorsa stagione (a febbraio ha avuto una lesione al collaterale del ginocchio), Manuela Giugliano è arrivata da poche settimane, dal Milan, è l’acquisto che più intriga i tifosi e indosserà la maglia che incarna, da sempre, i sogni di chi ama il calcio. A Roma più che mai, soprattutto perché Francesco Totti ha legato il «10» alla sua vita e alla carriera e chissà se ci sarà mai un calciatore che riuscirà ad indossarla. A Totti farebbe piacere, perché ha sempre detto che qualsiasi bambino ha il diritto di poterci aspirare, e lo stesso discorso vale per le bambine. Quest’anno è sulle spalle di Manuela Giugliano. Piccole, sembra. Ma molto forti.


Schick al bivio: convince il tecnico o va in Bundesliga

GAZZETTA DELLO SPORT - Lo vorrebbero il Borussia Dortmund e il Bayer Leverkusen, il Lilla si era informato, poi non se n’è fatto più nulla, il suo allenatore (italiano) preferito Giampaolo, che lo ha lanciato alla Samp, per adesso ha preferito virare su altri obiettivi. È arrivato il momento delle scelte, per Patrik Schick. Da una parte c’è la Roma, con Fonseca che ha fatto capire in ogni modo che, fino a che ci sarà Dzeko, il posto di attaccante titolare non è neppure in discussione; dall’altra ci sono un paio di club importanti in Bundesliga che stanno parlando con la Roma per averlo. (...) Si ragiona sul prestito con diritto o obbligo di riscatto, ma in questo precampionato, nonostante sia entrato bene a Perugia, non è che Schick abbia dato così tanti segnali di risveglio. (...) Mettersi in mostra è l’unico modo che ha per uscire da questa situazione: o convince Fonseca a dargli, realmente, una possibilità, o convince Dortmund e Bayer a fare una proposta reale alla Roma. Altre strade non sembrano esserci. Anche perché dalla Repubblica Ceca fanno sapere che lui vorrebbe restare in Italia (vero), ma che la Bundesliga, come campionato, gli piace come e quanto la Serie A. Uno spiraglio, in un’estate finora con poca luce.


Il gioco delle coppie: la Roma in mediana ha quattro scelte

GAZZETTA DELLO SPORT - Il rientro poteva avvenire già ieri pomeriggio, nel primo allenamento di questa quinta settimana di preparazione giallorossa. E invece per vedere Jordan Veretout con il gruppo romanista bisognerà aspettare ancora un po’. Ma non molto, il rientro definitivo potrebbe succedere già oggi o al massimo giovedì prossimo, subito dopo l’ottava amichevole stagionale, quella che la Roma giocherà domani sera a Perugia (fischio d’inizio alle ore 20) contro gli spagnoli dell’Athletic Bilbao. (...) A questo punto, giorno più giorno meno cambia poco, anche se l’attesa per vedere all’opera pure Veretout è sempre più alta. È lui l’ultimo tassello dell’attuale rosa che ancora manca a Paulo Fonseca, con il tecnico portoghese che ha voglia di vederlo dal vivo e di capire. Già, perché lo stesso Veretout – per sua stessa ammissione – si sente soprattutto una mezzala. Ruolo, però, che nella Roma non esiste, Fonseca gioca con un 4-2-3-1 che prevede due mediani davanti alla difesa e Veretout verrà utilizzato lì. Nel gioco delle coppie, il francese dovrebbe/potrebbe giocarsi il posto con Diawara e i due azzurri (Pellegrini e Cristante) a contendersi l’altro posto. È ovvio, poi, che i quattro si possono incastrare anche tra di loro. Cioè, nulla nega che Veretou e Diawara possano giocare insieme, esattamente come Pellegrini (che può essere utilizzato anche come trequartista) e Cristante. (...) L’impressione è che una prima coppia che si possa andare formando in mezzo al campo è quella composta da Veretout e Pellegrini. Nel 4-2-3-1 attuale della Roma uno dei due mediani di solito si abbassa tra i due centrali di difesa per andare a creare gioco (la cosiddetta salida lavolpiana) e formare una linea a tre, con gli esterni di difesa che si alzano e allargano. O a volte i due centrali restano invece vicini tra di loro e il mediano va a creare la linea a tre lateralmente, piazzandosi a destra o a sinistra, a secondo della sua zona di competenza (...) L’altra possibile coppia, quella formata da Cristante e Diawara, è invece già stata testata in quattro occasioni, visto che i due sono stati schierati insieme nei test disputati contro Gubbio, Rieti, Ternana e Lilla (Fonseca li ha alternati solo contro il Perugia). Insomma, nelle idee del tecnico romanista i due sembrano integrarsi bene e insieme garantiscono sicuramente più copertura e maggiore fisicità rispetto all’altra coppia, quella formata da Veretout e Pellegrini. (...)


Juventus, dopo le vendite scatta l'operazione Icardi

GAZZETTA DELLO SPORT - Tutte le strade (per ora) portano a Londra. Più avanti, però, i bianconeri per la spesa potrebbero fermarsi a Milano. Sì, per prendere Mauro Icardi ed accontentare Cristiano Ronaldo, con il centravanti ormai ai margini del mondo nerazzurro. La trama è spiegata in poche parole, ma per le riprese di questo film occorre pazienza. E qualche settimana di tempo. (...) CR7 reclama al centro dell’attacco un partner di livello. Al portoghese Lukaku andrebbe benissimo, ma non è una preferenza in esclusiva. Ad esempio chi frequenta la Continassa giura che nelle scorse settimane il fuoriclasse di Funchal ha confessato ai vertici bianconeri il suo gradimento per Maurito. Il penta Pallone d’Oro invoca una boa che in area di rigore gli apra spazi vitali e a suo giudizio l’ex capitano interista ha i requisiti giusti per adempiere a questo compito. È una traccia da non sottovalutare in questo momento di fatale trapasso. Ora come ora Mandzukic e Higuain sono arruolati a tutti gli effetti, ma all’orizzonte potrebbero esserci novità importanti. E le voci degli ultimi mesi hanno spesso associato il puntero argentino ai colori juventini. Nell’eventualità di un ribaltone lì davanti, insomma, la sua candidatura conta su uno sponsor eccellente. Se non proprio il più importante, almeno in campo.


Inter, Dzeko conferma il sì ma la Roma rilancia

GAZZETTA DELLO SPORT - (...) L’Inter vuole Lukaku, (...) ma nel frattempo resta vivissima la pista Dzeko, malgrado anche con la Roma ci sia in atto da tempo una vera e propria guerra di nervi. Ieri l’Inter ha incontrato Martina, uomo di fiducia del bosniaco: le due parti hanno confermato la reciproca volontà di un futuro insieme. Edin lo ha ribadito anche alla Roma: il suo tempo nella capitale è finito, ha voglia di una nuova avventura e l’Inter è la squadra ideale per questo nuovo capitolo della sua carriera. La Roma però non molla, anzi pare aver rilanciato: per cedere Dzeko ora non bastano più 20 milioni, ne serviranno altri 5 di bonus. Strategia o altro braccio di ferro? Di sicuro la Roma non può cedere Dzeko prima di avere in mano un valido sostituto, che oggi non c’è. Il rebus è intricato, ma la soluzione non può essere lontana.


Domani test a Perugia, poi ecco il Real

IL MESSAGGERO - La ripresa del lavoro, ieri alle 17,30. Domani si torna a Perugia, al Renato Curi, dove alle ore 20 è in programma l’ottava amichevole della stagione. Davanti agli uomini di Fonseca gli spagnoli dell’Athletic di Bilbao. Domenica invece si torna all’Olimpico per la presentazione della squadra (ricordando che il mercato finisce il 2 settembre, dopo il derby della seconda di campionato), con amichevole di lusso: davanti ai giallorossi il Real Madrid. In palio la Mabel Green Cup (tagliandi in vendita, con gli abbonati che hanno diritto allo sconto di 5 euro).


Dzeko blocca Alderweireld

IL MESSAGGERO - CARINA - Il paradosso è servito. Lo stallo su Dzeko si ripercuote sul difensore. Perché per alzare l’offerta al Tottenham per Alderweireld (ferma a 20 milioni: a Trigoria non hanno fretta e sono convinti di poterlo prendere anche dopo giovedì, dead line del mercato in entrata in Premier), la Roma deve avere la certezza di non dover poi spendere per il centravanti. Ieri l’agente del bosniaco, Martina, è stato nella sede dell’Inter. Marotta è stato però chiaro: inutile rilanciare ora se la Roma non ha un sostituto. Lo faremo, a tempo debito. Visionato il baby Vitaõ(Palmeiras).


Roma, Veretout si mette in mezzo

IL MESSAGGERO - ANGELONI - Si è capito dalla telefonata, quel giorno, di Paulo Fonseca aJordan Veretout: il francese si è sentito importante. Centrale. Anche se lui è una mezz'ala, lo ha detto. Il 4-2-3-1, le mezz'ali, non le prevede, si sa. Ci vogliono due centrali che sappiano anche fare le mezz'ali. Più compiti, meno uomini di ruolo. Veretout e Pellegrini, ecco la coppia che ha in testa Fonseca. Due mezze ali che abbiano qualità, che sappiano conquistare la palla, salire, inserirsi, sostenere gli attaccanti, accorciare e non scappare, rubare palloni e gestirli. Pressing e possesso ad alta velocità, un lavorone.

I COMPITI - In queste settimane, Fonseca non ha mai avuto a disposizione l'ex viola, che il regista puro lo ha fatto solo lo scorso anno, ma così e così. Deve studiare, perfezionarsi, per certi versi imparare, perché Fonseca è diverso da Pioli e ognuno è diverso tatticamente da un altro. Veretout regista a Firenze era un altro rispetto a quello che vedremo qui. E ora si rigioca, mercoledì a Perugia, contro il Bilbao, poi domenica all'Olimpico, con il Real, appunto, vedremo. Ci sarà modo di studiarlo, almeno per qualche spezzone, per guardare di nascosto (ma nemmeno troppo) l'effetto che fa. Veretout-Pellegrini, Diawara-Cristante, ecco le coppie dei due di centrocampo. La seconda l'abbiamo vista a Lille, benino, il percorso di crescita è in pieno svolgimento. Il resto è tutto da scoprire, perché lo è Veretout stesso, che è arrivato da riatletizzare e con un residuo di problema alla caviglia. Lui, dei due, sarà quello che dovrà abbassarsi tra i centrali di difesa, per prendere il pallone e gestirlo, insieme anche al portiere, Pau Lopez. La Roma ha bisogno di alzare la qualità e l'intensità a centrocampo, ha la necessità di abbassare la quantità di errori, quei palloni persi che, con la difesa schierata molto alta, danno il là a continue, e letali, ripartenze avversarie. Giocare con gli esterni bassi in uscita continua, con le ali strette verso l'attaccante centrale in quella sorta di 2-4-4, diventa fondamentale l'attenzione nel palleggio e il recupero palla. Per questo si è cercati un calciatore non tanto con le qualità di regista ma uno che sapesse comunque catalizzare il gioco, appunto uno come Veretout. Che ha mostrato a Firenze di essere pure un calciatore caratteriale, di personalità. Da lui ci si aspetta qualche gol dalla distanza, ha un bel tiro, lo ha dimostrato in questi anni italiani. La qualità, dicevamo, Veretout se la porta dietro dal suo passato da trequartista. E il passato, si sa, non si dimentica.

EX TREQUARTISTA - Un po' come fu per Pizarro, che ha finito con il giocare basso, davanti alla difesa. Auguriamo a Veretout di fare metà della carriera del cileno, forse uno dei più bravi centrocampisti visti da queste parti. Con De Rossi componeva una coppia perfetta nel 4-2-3-1spallettiano: qualità e quantità arrivavano da entrambi, non venivano suddivise. Ecco infatti come lo stesso percorso dovranno farlo i vari Veretout-Pellegrini o Cristante-Diawara. Il francese in due anni in Italia ha segnato 13 reti in campionato, cinque lo scorso anno e otto nella stagione precedente, più due gol in coppa Italia. Assist complessivi, cinque. Ma come detto, il suo ruolo si è trasformato negli anni, da centrocampista offensivo, a mezz'ala, fino a centrale di riferimento, regista. Sta a lui ora dimostrare di non soffrire il salto in alto, di piazza, di ambizioni, di tutto. Restano fuori dal giro del centrocampo i vari Nzonzi, Gonalons e Coric (il vero mistero, mai in campo, nemmeno un minuto), tutti e tre sul piede di partenza. In più Zaniolo, Pastore e Antonucci, che entrano nel pacchetto di trequartisti. O altro.


Da Ago a Daniele, passando per Giannini e Totti, quant’è difficile dirsi addio senza polemiche

INSIDEROMA.COM – MATTEO LUCIANI - In principio fu ‘Ago’ Di Bartolomei, poi è toccato al ‘Principe’ Giannini e al ‘Capitano’ Francesco Totti, mentre l’ultimo, soltanto in ordine cronologico, è stato Daniele De Rossi; nella Roma giallorossa, staccarsi dalla propria bandiera in modo pacifico appare praticamente impossibile.

Icone di generazioni diverse, le quattro leggende del club capitolino sono state accomunate dalla fascia di capitano e dal dna romano e romanista, ma non solo; i capitoli finali delle carriere a tinte giallorosse del poker di protagonisti citati purtroppo non sono stati degni delle meravigliose storie d’amore che hanno contraddistinto i vari anni di militanza con la maglia da loro sempre amata.

Agostino Di Bartolomei, capitano di mille battaglie, protagonista del secondo tricolore della storia romanista e vincitore di tre coppe nazionali, lascia il club capitolino, dopo ben undici anni di militanza, al termine della stagione 1983/84. Davanti al pubblico di casa, il 30 maggio del 1984, la Roma vive una notte (sportivamente) tragica, perdendo ai calci di rigore la Finale della Coppa dei Campioni contro il Liverpool del portiere-giullare Bruce Grobbelaar. Quel maledetto epilogo, per i colori giallorossi, segna anche la conclusione del secondo ciclo dell’allenatore svedese Liedholm, vero e proprio mentore di ‘Ago’, nella Capitale.

Al capitano di un’intera generazione romanista viene brutalmente fatto capire che non c’è più spazio per lui. A Roma arriva un altro svedese, Eriksson, che nel suo calcio frenetico proprio non vede la figura di Di Bartolomei in mezzo al campo. Il presidente Viola parla di motivi “di ordine tecnico e comportamentale” per i quali il ragazzo di Tor Marancia non può più restare nella Capitale, a casa sua. Liedholm lo porta con sé, al Milan, mentre Roma è in rivolta e la Curva Sud dedica a ‘Diba’ lo striscione: «Ti hanno tolto la Roma ma non la tua curva». Il finale della grande storia d’amore tra Di Bartolomei e la Roma, tuttavia, sarà ancor più amaro. Durante il primo campionato nella città meneghina, infatti, dopo poche giornate si gioca Milan-Roma; Di Bartolomei segna e festeggia. L’esultanza è rabbiosa, quasi esagerata. La tifoseria capitolina, a quel punto, si sente tradita e non perdona, riservando al suo vecchio capitano un’accoglienza piuttosto dura nella gara di ritorno; una sfida nella quale Di Bartolomei mostra tutto il proprio nervosismo commettendo un brutto fallo sul grande amico Bruno Conti e arrivando perfino alle mani con ‘Ciccio’ Graziani. Il rapporto tra Agostino e la Roma si rovina inesorabilmente nonostante un amore che, da ambo le parti, rimarrà sempre fortissimo.

L’eredità del capitano-tifoso viene in fretta raccolta da Giuseppe Giannini, cresciuto all’ombra dello stesso Di Bartolomei, a partire dalla fine degli anni Ottanta. ‘Il Principe’, come verrà soprannominato per il portamento elegante tenuto sul rettangolo verde, cresce e si afferma in una Roma ben diversa da quella vincente di ‘Ago’. Sono anni duri per i tifosi della Lupa, soprattutto dopo la morte del leggendario presidente Dino Viola e la breve gestione di Ciarrapico, al termine della quale la Roma si trova sull’orlo del fallimento. Giannini, però, non si muove, rinunciando alla possibilità vincere in club più ambiziosi e giurando fedeltà eterna ai colori giallorossi nonostante una squadra non all’altezza della sua classe. Tutto cambia quando la società capitolina passa nelle mani di Franco Sensi.

Il rapporto tra i due non nasce nel migliore dei modi e si logora definitivamente nel marzo del 1994. La Roma naviga nei bassifondi della classifica e sfida la Lazio in un derby di vitale importanza. Vanno subito avanti i biancocelesti con Beppe Signori. Sul finire del match, uno scatenato giovane proveniente dalla primavera giallorossa, Francesco Totti, si procura il calcio di rigore che può ristabilire la parità; sul dischetto va ‘il Principe’, che sbaglia però clamorosamente. A fine gara, esplode la rabbia di Sensi: “se uno ha un rigore e lo sbaglia, non è degno di stare in questa squadra. Doveva tirare un altro al posto di Giannini, ma se poi avesse sbagliato voi giornalisti cosa avreste scritto?“. Il rapporto tra la Roma ed il suo capitano prosegue per altre due stagioni, principalmente grazie alla stima del tecnico Carlo Mazzone, di cui Giannini è il pupillo, ma finisce nell’estate del 1996 nel peggiore dei modi.

Mazzone saluta la Capitale e ‘il Principe’ viene scaricato senza troppi complimenti; costretto ad abbandonare il sogno di giocare tutta la carriera soltanto con la maglia della sua amata Roma, Giannini emigra in Austria (con tanto di sciarpetta giallorossa al collo il giorno della presentazione con lo Sturm Graz) prima di finire col calcio giocato tra Napoli e Lecce. Il 17 maggio del 2000, Giannini torna nella Capitale per dare l’addio al calcio in quell’Olimpico che tante volte lo aveva visto trascinare i suoi compagni. La Lazio, da pochi giorni, si è laureata Campione d’Italia e la manifestazione diventa l’occasione, per alcuni sostenitori romanisti, per dimostrare tutta la rabbia contro il presidente giallorosso Sensi. Zolle del prato strappate e porte distrutte: la storia di Giannini con la Roma e la sua gente non poteva finire in modo più brutto.

Si arriva, così, all’epopea di Francesco Totti che, come in un’ideale staffetta, raccoglie il testimone, un tempo affidato ad Agostino Di Bartolomei, dallo stesso Giannini. ‘Er Pupone’, grazie ad una squadra di grande valore costruitagli attorno, riesce lì dove ‘il Principe’ aveva fallito: la conquista del terzo tricolore della storia romanista. Arrivano successi e record. Totti scrive la storia della sua squadra e del calcio italiano grazie a numeri impressionanti. La Roma, nel frattempo, passa dalla famiglia Sensi ad un consorzio ‘made in USA’. L’uomo forte del gruppo, James Pallotta, diventa presidente del club nell’agosto del 2012 e garantisce: “Totti? Deciderà lui quando smettere“. I fatti sembrano dargli ragione visto che, sul finire del 2013, Totti firma un prolungamento del contratto da calciatore per altri tre anni (oltre ad un accordo da dirigente per ben sei stagioni). Il capitano, fiero, esclama: “La Roma mi ha trattato come una bandiera. A Del Piero non è successo..“.

Parole che, tuttavia, sembrano diventare ancor più lontane rispetto agli effettivi due anni e mezzo nel febbraio del 2016. Il Capitano, ormai vicino alla scadenza del proprio contratto, non riceve comunicazioni dalla società e chiede “rispetto” per la sua figura. La Roma non si espone sulla possibilità di rinnovo, facendo filtrare, anzi, la decisione di considerare il Totti calciatore ormai un ex visti i quarant’anni imminenti. Il numero dieci, dal canto suo, non ci sta, vuole continuare a giocare e inizia a valutare anche offerte di altri club. Si tratterebbe del finale più amaro; per fortuna, però, viene sventato. A far pendere l’ago della bilancia dalla parte di Totti sono la sua classe e l’ambiente in cui si trova più a suo agio: il rettangolo verde. Quattro gol decisivi nel giro di poche settimane tra Atalanta, Torino e Genoa ma, soprattutto, la sensazione che appena scende in campo lui si accenda la luce. Alla fine, dunque, pur con la sensazione che tanto il club quanto l’allora mister Luciano Spalletti non siano entusiasti, Totti sigla il rinnovo per un’ulteriore stagione da calciatore. La stagione 2016/2017 inizia come era terminata quella precedente: con un Totti sempre decisivo quando chiamato in causa, ad esempio nel match casalingo sotto un terribile nubifragio contro la Sampdoria di Giampaolo. Un assist pazzesco per Dzeko e un calcio di rigore realizzato a tempo ormai scaduto regalano alla Roma tre punti importanti, dopo che la squadra era andata sotto nel punteggio e aveva mostrato tanta confusione in campo.

Scorrono le settimane, tuttavia, e Totti perde sempre più spazio nelle gerarchie del tecnico Spalletti; un po’ a causa di alcuni contrattempi fisici, un po’ perché i quarant’anni ormai compiuti iniziano a farsi sentire sulle gambe del talento di Porta Metronia, si ripropone la medesima situazione della stagione precedente: tra il numero dieci giallorosso e l’allenatore toscano volano stracci. La stagione, comunque, si conclude con la Roma che raggiunge la qualificazione diretta alla successiva Champions League e il record di punti nella propria storia in Serie A (87).

Francesco Totti prende tempo sul proprio futuro, da parte sua non molto contento del trattamento della società nei suoi confronti, ma alla fine sceglie di iniziare il percorso dirigenziale già prospettatogli anni prima sotto la gestione di Rosella Sensi. “Tutti vissero felici e contenti”? Macché.

Dopo un anno di apprendistato nelle retrovie, l’ex numero dieci reclama più spazio nella dirigenza romanista, stufo di essere unicamente una ‘figurina’ da spedire in giro per il mondo e soprattutto di sottostare alle decisioni del suo ‘nemico giurato’ Franco Baldini, consigliere personale del presidente Pallotta. Si arriva, infine, alla clamorosa rottura e all’innaturale addio di Francesco Totti alla Roma: un’altra bandiera che si separa polemicamente dai colori giallorossi.

Il caso più recente, invece, riguarda Daniele De Rossi. Cresciuto nel settore giovanile del club e lanciato tra i ‘grandi’ sul finire della stagione 2002/2003 da Fabio Capello, il centrocampista di Ostia si afferma negli anni come uno dei calciatori più completi a giostrare in mezzo al campo. Non tardano, dunque, ad arrivare offerte dalle squadre più importanti d’Europa, Real Madrid su tutti. Nell’estate del 2008, in particolare, le ‘Merengues’ mettono sul piatto una proposta sontuosa sia alla Roma di Rosella Sensi sia al ragazzo; la società capitolina avrebbe bisogno di soldi freschi, viste le sue casse malandate, ma declina la proposta perché non se la sente di tradire il proprio popolo con una cessione sentimentalmente tanto dolorosa. Dal canto suo, De Rossi è ben contento di rimanere in giallorosso perché, come ha modo di spiegare in prima persona, “il mio rimpianto è quello di poter donare una sola carriera alla Roma”.

Un amore del genere sembrerebbe non poter avere fine e invece si arriva allo scorso maggio con Daniele De Rossi con il contratto in scadenza alla fine del mese seguente e senza notizie sul futuro da parte della Roma. Il calciatore comprende bene che segnali del genere non siano incoraggianti in merito alla possibilità di restare e infatti il 14 maggio il club annuncia con un comunicato che l’esperienza, anzi sarebbe meglio dire la vita, giallorossa di De Rossi ha fine con la naturale scadenza del suo contratto il 30 giugno successivo. I tifosi giallorossi esplodono di rabbia, ma a nulla servono le proteste verso la società americana con la richiesta di tornare sui propri passi: Daniele De Rossi sceglie di continuare a giocare, ma non può farlo con la Roma. Rifiuta la Fiorentina, perché proprio non ce la farebbe a scendere in campo contro chi veste la maglia della ‘magica’ e sposa il progetto del Boca Juniors, da sempre compagine ammirata dal ragazzo per il calore del suo stadio e dei suoi tifosi.

Finisce, dunque, in modo traumatico, beffardamente per l’ennesima volta, quella che era stata una fantastica storia d’amore tra la Roma, il suo popolo e un capitano romano e romanista.