Inter pensa a Mertens e Verthongen
GAZZETTA DELLO SPORT - Due idee a basso costo per la Roma, ma non solo. Dries Mertens e Jan Vertonghen, entrambi in scadenza di contratto, sono due nomi accostati ai giallorossi nelle ultime ore, ma il club capitolino trova una concorrente per entrambi. Come riporta il quotidiano sportivo anche l'Inter sta pensando a loro per allungare la rosa e regalare alternative di livello a Conte. Due nomi 'sponsorizzati' dal connazionale Lukaku. Se Vertonghen è tentato dall'esperienza in Italia, il nodo nel caso di Mertens però è il contratto: il giocatore chiede un contratto triennale e a 33 anni difficilmente potrebbe essere accontentato.
Un Totti alla Lazio? Forse ci penserei
CORRIERE DELLA SERA - Il tempo passa, ma la ferita non si rimargina. Il traumatico addio di Francesco Totti alla Roma continua a fare rumore. Una ferita ancora aperta, come testimoniano le parole dell'ex capitano giallorosso, protagonista ieri di una diretta Instagram a Er Faina, personaggio social molto seguito e dichiarato tifoso della Lazio: «Se arrivasse una proposta della Lazio per Cristian? Se dipendesse da me ci penserei. Conoscendo Cristian, però, neanche mi farebbe mettere seduto. Se ci fosse solo quella o cambia lavoro o sceglie la Lazio». Nella diretta social si è inserito Mehdi Benatia: «Preferisco un figlio senza lavoro piuttosto che uno che gioca nella Lazio».
Il tutto, va sottolineato, in un clima di scherzo molto disteso, con Totti che ha ricordato anche quando giocava alla Lodigiani e sia Roma che Lazio si fecero avanti per metterlo sotto contratto. Ma la dichiarazione, come dimostrato da alcune reazioni di tifosi romanisti, non è piaciuta a tutti. Nessuna voglia di scherzare invece quando ha parlato del presidente James Pallotta: «Non è stato lui a dirmi che non mi avrebbe rinnovato il contratto, me lo ha fatto arrivare da altri. Quando servi servi, quando non servi più ti lasciano andare. Mi dispiaceva perché quello che ho fatto per la Roma era un riconoscimento. Ho portato rispetto a 360 gradi, dal portiere al presidente, nessuno può dire qualcosa di male contro di me».
Ecco Diawara: «Mai pensato di rioperarmi»
GAZZETTA DELLO SPORT - «Ora sto bene ma mi manca il campo, è frustrante». Alla ripresa del campionato Fonseca potrà contare anche su Amadou Diawara. Il centrocampista della Roma è tornato a parlare ieri del suo recupero dall'infortunio al ginocchio: «Non c’è stato alcun dubbio sulla scelta di non operarmi. Ho subito un’operazione a ottobre, ma lì il ginocchio era bloccato. Questa volta si poteva recuperare diversamente. Ho scelto così, per provare a dare il mio contributo fino in fondo»
Roma, c’è folla sugli esterni. In pole Mkhitaryan e Under
GAZZETTA DELLO SPORT - Quando si ripartirà, Paulo Fonseca stenterà a crederci: avrà tutto il gruppo a disposizione, una rarità in questa stagione. Compresi i 6 esterni d'attacco che il tecnico giallorosso non ha mai avuto tutti insieme. Davanti a tutti, considerato l'infortunio di Zaniolo, ci sono Under e soprattutto Mkhitaryan. E la Roma vorrebbe investire su di lui per il futuro, senza però spendere i 20 milioni chiesti dall'Arsenal. Ci sta lavorando Raiola, che punta al rinnovo di contratto con i Gunners e al rinnovo del prestito. In seconda fila per gli esterni ci sono Kluivert e l'ultimo arrivato Carles Perez, ultimo Perotti.
Fonseca, l'app e il patto con i giallorossi
IL TEMPO - AUSTINI - Quarantena giallorossa, 44esimo giorno. L'ultimo allenamento in campo a Trigoria risale all’11 marzo, alla vigilia di quel Siviglia-Roma che non si è mai giocato e chissà se mai si farà. Da allora, come in quasi tutto il mondo, i calciatori possono esercitarsi solo a casa. E il gruppo romanista ha scelto di farlo nelle rispettive abitazioni Capitale, senza disunirsi come successo altrove.
Sono rimasti tutti qui, giovani, nuovi acquisti, veterani, italiani e stranieri. Tra le grandi del campionato la Roma è l’unica che non deve aspettare rientri dall'estero - con successiva quarantena obbligata - per riprendere gli allenamenti. I giallorossi sono pronti a farlo dal 4 maggio, alcuni hanno già eseguito i tamponi (familiari compresi), ora si attende solo l’ok per ritrovarsi nel centro sportivo.
Intanto si prosegue col lavoro a distanza, reso più semplice dagli informatici di Trigoria che hanno creato un'app specifica, utilizzata dai giocatori per collegarsi in tempo reale tutti insieme con Fonseca e lo staff, seguire il programma che cambia ogni settimana (mentre quello alimentare è lo stesso dall'inizio), inviare e ricevere dati. Il tecnico è molto presente, stimola i giocatori ogni giorno, cerca di tenere alti morale e concentrazione perché c'è ancora un quarto posto da conquistare e un'Europa League da inseguire. Non resta che ripartire, ma chissà quando.
Gravina: "Tornare a giocare. Ce lo dice il buon senso e ce lo chiedono gli organismi internazionali"
Quest'oggi si è svolta la riunione della FIGC in cui il presidente Gravina ha voluto mettere al corrente tutti delle interlocuzioni con il Governo e delle indicazioni ricevute dalla Uefa. L'idea sarebbe quella di terminare la stagione attuale entro e non oltre il 2 agosto. Queste le parole di Gravina:
"Il mondo del calcio sta lavorando incessantemente e in maniera responsabile per trovare soluzioni concrete e sostenibili alla crisi generata dal Covid-19, comprese quelle necessarie e indispensabili per salvaguardare le competizioni 20/21. Anche per questo merita rispetto, invece di essere strumentalmente utilizzato per polemiche destituite di qualunque fondamento. Ringrazio il Ministro Spadafora per l’attenzione riservata nella riunione di ieri, durante la quale è stato spiegato approfonditamente qual è il nostro approccio: tornare a giocare in sicurezza perché ce lo dice il buon senso e perché ce lo chiedono gli organismi internazionali a cui il calcio italiano è collegato. Confermando quanto affermato durante l’incontro e animati dal consueto spirito di collaborazione, sarà mia cura inviare al CONI il protocollo che abbiamo realizzato, restando a disposizione per eventuali preziose indicazioni. Siamo soddisfatti del costante confronto che stiamo avendo col Ministro per lo Sport, ma anche con quelli della Salute e dell’Economia e delle Finanze, ai quali abbiamo prospettato tutte le misure necessarie. Mi stupisce, invece, dover constatare ancora una volta quanto la tentazione di parlare continuamente di calcio, per la notorietà che da questo discende, induca diversi interlocutori a commentare cose di cui sono evidentemente male informati".
Santon: "Voglio restare a Roma e vincere qualcosa. Dzeko è un grandissimo giocatore, sento Florenzi ogni giorno"
Davide Santon, terzino della Roma, ha risposto a varie domande dei propri fans durante una diretta Instagram:
Mare o montagna?
“Mare”.
Vino o birra?
“Birra”.
Bionda o rossa?
“Bionda”.
Italia o Inghilterra?
“Italia, anche se in Inghilterra ho trovato moglie”.
Jeans o tuta?
“Tuta”.
Netflix o cinema?
“Netflix”.
Colpo di testa o scivolata?
“Colpo di testa”.
Cane o gatto?
“Cane, ne ho uno”.
Difesa a 4 o a 3?
“Non fa differenza”.
Fallo di reazione o no?
“No, con tutte queste telecamere non conviene”.
Colazione dolce o salata?
“Dolce”.
Scaldamuscoli sì o no?
“Dipende dal freddo”.
Terzino in difesa o ala a centrocampo?
“Il mio ruolo è il terzino, ma mi piacerebbe fare l’ala”.
Vincere con gol allo scadere o salvataggio sulla linea?
“Gol allo scadere”.
Barca a vela o spiaggia?
“Preferisco la barca a motore, ma la spiaggia è unica”.
Testaccio o Campo dei fiori?
“Testaccio”.
Autocertificazione o #iorestoacasa?
“Io resto a casa”.
Destra o sinistra in campo?
“È uguale”.
Look da quarantena?
“Maglietta, pantaloncino, comodo per stare a casa. Ci alleniamo e stiamo con la famiglia”.
Vi state allenando?
“Sì, tutti i giorni seguiamo il programma. Oggi è giorno libero. Stanno decidendo se riprendere e dobbiamo restare in forma. Ognuno di noi ha un programma personalizzato”.
Cosa fai a casa?
“Sto con i figli, ci divertiamo, per fortuna abbiamo un bel giardino”.
Il rimpianto più grande della tua carriera?
“Sono stato un po’ sfortunato perché ho avuto un infortunio appena arrivato ai massimi livelli, quello mi ha condizionato tutta la carriera perché dopo un infortunio non sei più libero come prima. Ho risentito di quello, ma rimpianti veri e propri no. Ho sempre dato il 100%, anche se ovviamente ci sono delle volte in cui va bene e altre male”.
Il compagno che scherza di più?
“Prima che andassi via Florenzi, ma anche Pellegrini, Cristante, Spinazzola, Mancini. In questi giorni scriviamo nel gruppo e loro sono i più simpatici”.
Com’è Kolarov nello spogliatoio?
“È un esempio, una brava persona. Sono molto legato a lui”.
Vuoi restate a Roma?
“Certo, qui sto bene. Ho il desiderio di vincere qualcosa con questa squadra. Si sta benissimo qui in città, anche se molto grande. Ci vogliono sempre 40-50 minuti di macchina per spostarsi. Si possono fare passeggiate in centro o al mare. Il clima poi è sempre molto caldo”.
Che ti dice il 24/02/2009?
“Non mi ricordo molto le date, ma so che quello è stato l’anno di esordio in A. Mi ricordo l’esordio assoluto in prima squadra in Coppa Italia contro la Roma. Il 24 febbraio ho esordito in Champions contro il Manchester United. Avere di fronte Ronaldo? Ero piccolo, non avevo la coscienza di cosa stavo facendo, e fino a qualche mese prima giocavo alla Playstation con lui. È stata una bella sensazione e a fine gara è stato lui ad abbracciarmi. Poi gli ho chiesto di scambiare la maglia, me l’ha promessa al ritorno e lo ha fatto senza che glielo chiedessi”.
Come hai gestito la popolarità all’inizio della tua carriera?
“Non mi sono mai montato la testa, sono sempre stato umile, siamo persone come ogni altra. In Italia però si paragonano subito i giovani ai campioni. I giocatori devono dimostrare. Io ho fatto bene a 18 anni ma questo non vuol dire che sono un campione. Sono pochi i campioni nel mondo. Sono quelli che fanno la differenza nelle partite che contano. I giovani bisogna farli crescere col tempo”.
(Il fratello lo prende in giro: "Sei scarso")
"Vorrei vederti ai miei livelli (ride, ndr). Ci vediamo dopo su Call of Duty nell’1 vs 1”.
Ci tieni ad abbinare i colori?
“Ogni giocatore ha degli accordi con degli sponsor, quindi sono loro a decidere il tipo di scarpino da utilizzare in base a ciò che ci invia”.
Segui il basket?
“Non molto, ma ogni tanto mi capita di vedere un po’ di NBA. Mi piacerebbe una volta vedere una partita dal vivo, non l’ho mai fatto. È uno sport che mi piace ma non lo seguo molto”.
Dove giochi meglio?
“Dipende dove mi mette il mister, quest’anno mi sto trovando bene a destra”.
Hai segnato solo un gol, come mai?
“Perché è difficile far gol, l’importante è che vinca la squadra. Avrei potuto fare qualche gol in più”.
Sullo stop al campionato
“È una tragedia che ha colpito tutti, speriamo si risolva presto”.
Che numero avresti scelto se la 18 fosse stata occupata?
“Dovevo vedere cosa c’era a disposizione. Quando sono arrivato era il 2018, il 18 era libero e l’ho preso, altrimenti non so cosa avrei preso”.
Non hai quindi un numero fortunato?
“Ci sarebbe il 17, mi ha portato sia fortuna che sfortuna in carriera, l’ho anche tatuato. Il mio primo Scudetto era il diciassettesimo dell’Inter, il mio unico gol l’ho segnato il 17 e anche il mio infortuno è avvenuto un 17”.
Come è stato il tuo arrivo al Newcastle?
“Non parlavo inglese, all’inizio è stata dura perché mi dovevo abituare all’ambiente. La maggior parte delle volte piove. Il Newcastle mi è rimasto nel cuore. Oltre ad aver conosciuto mia moglie, che mi ha cambiato la vita. Sono rimasto affezionato alla città, una volta all’anno torno a Newcastle. Superato il primo periodo sono stato bene”.
Com’è Mourinho come allenatore?
“È l’allenatore che mi ha lanciato, ha sempre creduto in me. Più che un allenatore è stato un motivatore per me, mi ha aiutato tantissimo”.
Hai un mental coach?
“Sì, ora lo sento per telefono. Fa sempre bene”.
Come vedi Dzeko capitano?
"Edin è una grandissima persona e può fare benissimo il capitano come sta facendo. Sono fiero di giocare con lui perché è un grandissimo giocatore".
Con quale compagno passeresti la quarantena?
"Con Florenzi e Pellegrini".
Florenzi rimane alla Roma secondo te?
"Sento Alessandro ogni giorno, ma parliamo di tutto tranne che di mercato, al momento non possiamo saperlo".
Diawara: "Per giocare a calcio ho 'sfidato' mio padre, ora è felice per me. I miei idoli erano De Rossi e Yaya Tourè"
Amadou Diawara, centrocampista della Roma, ha rilasciato un'intervista sul sito ufficiale della società per parlare della sua carriera passata e del suo presente:
Chi era Amadou da bambino?
“Sono nato in Guinea, a Conakry, la capitale. Mi ricordo che quando ero piccolo mio padre non voleva che facessi calcio. Ogni volta che andavo a giocare dovevo fermarmi a fare una doccia da un amico e poi tornare a casa. La prima volta che gli ho detto che avrei voluto fare calcio ho preso una sberla che ancora ricordo bene. Mia sorella Sira mi aiutava, mi comprava le scarpe e le nascondeva per non farle vedere a mio padre che altrimenti le avrebbe regalate a qualche altro bambino pur di non farmi giocare”.
Come mai c’era questa avversione nei confronti del calcio?
“I miei genitori sono insegnanti, mio padre mi diceva sempre che quando rientrava a casa dal lavoro vedeva un miliardo di bambini che giocavano a calcio e che tra tutti quelli, al massimo in due avrebbero potuto farlo come lavoro. Quindi dovevo studiare, visto che era quasi impossibile che io fossi tra quei pochi fortunati. A scuola ci andavo, ma gli orari di allenamento interferivano con le lezioni e a volte la saltavo per andare a giocare”.
Cosa pensavi quando ti diceva che difficilmente il tuo sogno si sarebbe avverato?
“Io pensavo solo al calcio e a quanto mi piaceva. Uno di quei pochissimi fortunati potevo essere proprio io. Ho sempre creduto che sarei potuto arrivare in alto, il segreto era lavorare, dare tutto per quello che si vuole raggiungere. Io ho fatto così, ho ‘sfidato’ mio padre che non ci credeva, io ci ho creduto e ce l’ho fatta. Mio padre mi diceva sempre che vedeva un miliardo di bambini che giocavano a calcio e che tra tutti quelli, al massimo in due avrebbero potuto farlo come lavoro...”.
Alla fine come ha accettato il fatto che ti dedicassi al calcio?
“Io avevo dato tutto per il calcio, giocavo per strada e con la mia squadra sui campi di fango. Facevo belle partite, facevo gol e qualcuno ha iniziato a venire a casa per informarsi su di me. Mio padre assisteva a tutto ciò. Poi mia sorella mi ha dato una mano, ha parlato con lui per convincerlo. Non è mai stato d’accordo ma eravamo in troppi favorevoli e solo lui contrario, alla fine ha accettato. Ora però è felice per me”.
Dove hai iniziato a giocare?
“Ho iniziato sulla strada, ci organizzavamo tra di noi. Poi sono andato in una squadra messa su da un allenatore che si chiamava Alya. Non aveva niente, ma cercava giocatori, la squadra la chiamavamo FC Alya. Ci portava a giocare partite contro altre squadrette come la nostra ma di altri allenatori. Quando avevo 15 anni un allenatore di una squadra di serie A della Guinea mi ha portato a fare uno stage con i ragazzi più grandi, era molto interessato a me, mi portava nei viaggi, per gli allenamenti. Era un amico dell’agente Numeku Tounkara che mi ha visto, ha contattato altri agenti italiani e sono partito per l’Italia”.
Quanto è stata dura lasciare casa?
“Non è stato facile. Partire da un Continente e arrivare in un altro, non sapere la lingua. Sono arrivato in Italia dove tanti altri giovani calciatori volevano percorrere la mia stessa strada. È stata una sfida difficile. Ora sto molto bene in Italia. In Guinea non torno spesso e la nostalgia c’è sempre. Però la mia famiglia viene a trovarmi”.
Qual è stata la tua prima tappa in Italia?
“Sono andato alla Corvino Academy a Lecce, poi a San Marino, dove ho fatto il mio esordio in Serie C. Il passaggio è stato difficile, per la lingua inizialmente, poi per lo stile di vita. Piano piano mi sono ambientato con i miei compagni e alla fine mi sono trovato bene. A San Marino il mio punto di riferimento era Alessandro Fogacci, un difensore centrale, era uno dei più grandi e da quando sono arrivato mi ha aiutato molto, lo ringrazio ancora per questo”.
Poi sei andato a Bologna.
“Sono stato un anno lì, mi sono trovato bene anche se all’inizio non è stato semplice: arrivavo dalla Lega Pro, al Bologna c’erano giocatori già affermati e ho dovuto lavorare duro per avere la fiducia di Mister Delio Rossi. Mi ha aiutato tantissimo: mi ha fatto lavorare in ritiro, mi faceva fare doppie sessioni, mi fermavo sempre a lavorare con lui sulla tecnica, tattica, tutto, perché dalla Lega Pro alla Serie A c’era differenza, dovevo lavorare sodo per poter avere un posto in questa squadra. Alla fine ci sono riuscito grazie al Mister e al suo staff, al direttore Corvino che seguiva i miei allenamenti e mi dava consigli e mi ha dato molta carica, mi sentivo protetto. Ho sempre creduto in me stesso perché per partire dall’Africa e arrivare in un anno fino alla Serie A credere nei propri mezzi è indispensabile. Il mio ex agente per esempio non credeva che avrei potuto fare questo salto e anche per questo l’ho lasciato. Oggi sono in una grandissima squadra e posso dare ancora di più perché ho ancora tanto da dimostrare”.
Che ricordi hai dell’esordio in Serie A?
“È stato all’Olimpico. Sono entrato nel secondo tempo di Lazio-Bologna, era completamente diverso dalla Serie C in cui avevo giocato fino a poco prima. È stata un’emozione che non riesco a spiegare, era il mio sogno da bambino arrivare a giocare in Serie A, nel calcio che conta”.
Dopo il Bologna, l'esperienza al Napoli…
“Penso che sia stato Mister Sarri a volermi al Napoli, lo ringrazio perché mi ha fatto crescere molto come calciatore. Mi ha insegnato a giocare a calcio, facendomi entrare da subito anche in partite importanti dimostrando di avere fiducia in me. Poi le strade si sono divise ma lo ringrazio per quello che mi ha dato come calciatore e come uomo. Quando è arrivato Mister Ancelotti non sapevo se sarei restato al Napoli, poi lui mi ha chiamato per dirmi che contava su di me. Alla fine non è andata così, è una brava persona, ma con lui il rapporto non ha funzionato del tutto".
Ora sei alla Roma: com’è lavorare con Mister Fonseca?
“È un grandissimo allenatore, un po’ simile a Sarri, vuole sempre uscire palla al piede sfruttando il gioco dei centrocampisti, questo mi piace tantissimo. Questa nuova avventura è un nuovo step della mia carriera, devo superarlo. Questa estate, dopo la Coppa d’Africa, sono tornato prima dalle vacanze per conoscere prima il Mister e i compagni, non vedevo l’ora di partire con la stagione”.
Che emozione è stata partecipare alla Coppa d’Africa?
“Giocare per la Guinea per me è un’emozione inspiegabile. Quando i tifosi cantano l’inno mi vengono le lacrime. Questa per me è stata la prima Coppa d’Africa e non vedevo l’ora di giocarla, è stata un’esperienza incredibile”.
Da bambino chi era il tuo idolo?
“Yaya Touré, lo guardavo in tv a casa, giocava nel Barcellona in quel periodo. Lo seguivo con la nazionale della Costa d’Avorio. Per noi la Coppa d’Africa è molto importante, tutti ci riuniamo davanti a una tv a guardare le partite. Lui era il mio idolo quindi guardavo le partite della Guinea e tifavo per la mia Nazionale, ma tifavo anche per lui. Aveva una grande visione di gioco, giocava nel mio stesso ruolo, sognavo di diventare come lui. Del calcio italiano mi piaceva tantissimo De Rossi e guardavo tante partite della Roma perché volevo vederlo giocare, mi faceva impazzire come giocava. Mi piaceva come utilizzava il campo, la visione di gioco, le giocate di prima, mi piaceva tantissimo”.
Qual è il miglior consiglio che hai ricevuto per la tua carriera?
“Il consiglio migliore che ho ricevuto nella vita è di mia mamma Nagnouma, che non c’è più. Mi ha detto che lei era l’unica persona che avrebbe potuto darmi ogni cosa che le avessi chiesto e che senza di lei avrei dovuto imparare a lottare ancora di più per raggiungere i miei obiettivi. Questo mi ha dato tanta carica, anche per la mia carriera. In ogni momento sapevo che avrei dovuto dare il doppio rispetto a tutti gli altri”.
Come stai vivendo le tue giornate in questo periodo?
“Sicuramente non è un periodo buono per nessuno. Sto cercando in tutti i modi di stare sereno restando a casa, anche allenandomi con il programma che la Società ci fornisce. Sto cercando di viverla con serenità. Guardo tanti film e gioco alla Playstation, a FIFA, online con i miei amici e con i compagni della Nazionale”.
Cosa ti manca di più della vita normale?
“Mi manca in primis il campo, allenarmi con la squadra, mi manca le partite. Lo stop è arrivato proprio nel momento in cui stavo per rientrare, è stato frustrante. Dopo l’infortunio che mi ha fermato per un po’ di tempo ero felice di tornare con i miei compagni, di tornare ad essere a disposizione della squadra, ero pronto a dare il massimo. Poi è stato bloccato tutto così, è stato brutto. La scelta è stata quella di evitare l’operazione per proseguire con un lavoro individuale".
Come sono andate le settimane che ti hanno portato ad essere pronto per il rientro in campo?
“Non c’è stato alcun dubbio sulla scelta di non operarmi. Ho subito un’operazione ad ottobre, il ginocchio allora era bloccato e si doveva intervenire per forza. Questa volta si poteva recuperare diversamente, senza operazione. Non ho voluto operarmi perché eravamo in un momento importante del campionato, non volevo lasciare i miei compagni. Potevo non operarmi, provare a recuperare e rientrare in campo in tempi ragionevoli e ho preferito così. Volevo dare il mio contributo a fine stagione, arrivare ai nostri obiettivi”.
Ora come stai fisicamente?
“Sto bene, mi sto allenando tutti i giorni. Mandano ogni settimana il programma di lavoro da fare a casa e lo sto seguendo perfettamente, sto bene”.
Da calciatore che effetto ti fa sapere che tutto il calcio mondiale è fermo?
“Buh, si è fermato tutto in generale. Pensare al calcio mi fa un effetto brutto, ma bisogna pensare anche ad altre persone, alla salute, alla vita della gente. Fermando il campionato, fermando tutto, facendo le cose come si deve, restando a casa si possono salvare vite, si può rallentare il virus. È importante seguire questa linea”.
Sei in contatto con la tua famiglia?
“Sì, e tutti sono nella nostra stessa situazione. Ovviamente in Italia i numeri del contagio sono più gravi. Comunque tutti i miei familiari, da mia sorella in Svezia agli altri in Guinea sono chiusi a casa facendo tutto il necessario per evitare il virus. Tutti speriamo che la situazione si possa risolvere al più presto”.
Carboni: "E' un peccato vedere Totti fuori dalla Roma. Senza lo stop forzato Florenzi avrebbe fatto bene al Valencia"
Amedeo Carboni, ex giocatore della Roma (dal 1990 al 1997) e del Valencia,ha parlato ai microfoni di Centro Suono Sport dell'emergenza Coronavirus e del futuro di Florenzi:
Dove ti trovi e cosa fai?
"Attualmente vivo a Barcellona, mi sono trasferito due anni fa da Valencia. Ho investito negli ultimi anni su una società che ristruttura gli stadi spagnoli. Abbiamo creato una società che ha investito su queste infrastrutture. Siamo diventati un punto di riferimento per la LIGA Spagnola e ho avuto contatti con la società giallorossa per presentare la nostra esperienza ai dirigenti. Spero ci tengano in considerazione perché per noi il mercato italiano sarebbe importante. Qualche settimana fa abbiamo firmato l’incarico per ristrutturare il mitico Azteca in Messico".
Come è l’evoluzione dell’emergenza Coronavirus in Spagna?
"Qui in Spagna la situazione è stata decisamente grave fino a qualche giorno fa, ora sembra che l’emergenza si stia riducendo. Anche qui la LIGA sta dialogando con federazione spagnola e governo per capire quando ripartire. Mi sembra che stiano guardando molto al modello italiano. Il problema è con l’asso calciatori, perché i giocatori non vorrebbero vivere dei ritiri in clausura. La vera lotta in questo momento è su questo. Se si dovesse ripartire, sono convinto che i soldi rientreranno dalle tv, perché non si potrà andare allo stadio, ma ci saranno più spettatori dinanzi alle tv. Il campionato ripartirà in Spagna, eventualmente, un mese dopo il ritorno agli allenamenti. Certamente il fattore sportivo è stato compromesso, è difficile parlare di campionati regolari in assoluto, ma capisco l’intento del mondo del calcio: portare a termine le stagioni è fondamentale sul piano finanziario. Le criticità riguardano certamente lo screening dei calciatori, il monitoraggio delle famiglie, è difficile gestire questa eventualità dei ritiri più o meno blindati".
Cosa è successo a Valencia?
"Evidentemente quella doppia partita con l’Atalanta, purtroppo, ha inciso sulla diffusione del virus. Fortunatamente però la zona di Valencia rispetto ad altre come Barcellona e Madrid, non ha avuto un numero di infetti elevatissimo".
Come cambierà il mercato?
"Sono convinto che i grandi calciatori avranno sempre mercato, anzi potrebbero paradossalmente costare di più perché sono quelli che porteranno soldi alle società e contratti di sponsorizzazione. Il problema ci sarà sulla categoria dei calciatori normali, ci saranno molti prestiti e scambi".
Come vedi Totti nel ruolo di scout o procuratore?
"Difficile capire cosa vorrà fare da grande: è un peccato che sia fuori dalla Roma, è una grande amarezza per tutti i tifosi giallorossi. Sicuramente ha grande esperienza, conosce l’ambiente calcistico, il nome ti aiuta, ma quando devi sederti e parlare devi avere delle conoscenze".
Le difficoltà di Florenzi? Tornerà a Roma?
"La difficoltà iniziale riguarda certamente l’arrivo a metà stagione, non è mai facile cambiare campionato a gennaio. Però sono convinto che uno come Alessandro, che non si tira mai indietro, che da’ sempre tutto in campo, avrebbe fatto bene se non ci fosse stato questo stop forzato".
Totti: "C'è stato un pò di contrasto con Sensi e stavo andando al Real, ma il mio sogno era la Roma"
Francesco Totti, ex giocatore e capitano della Roma, anche quest'oggi ha intrattenuto i propri fans con una diretta Instagram insieme a Damiano "Er Faina" Coccia:
Da laziale, te lo devo dire, mi stavi antipatico.
"Giustamente, sennò non eri della Lazio".
Prima di andare alla Roma potevi venire alla Lazio.
“C’era un momento che ero alla Lodigiani, avevo 8 anni, dovevo farne 9 a settembre. A fine anno chiamano la mia famiglia e gli dicono: Ci sono due opzioni: Roma o Lazio. Mio fratello da sotto al tavolo gli dava i calci, come a dire: non t’azzardà. Mio padre e mio fratello erano i veri romanisti, mia madre simpatizzava Lazio. Però sapeva quale squadra tifavo, quindi non potevo andare alla Lazio”.
Quando hai cominciato a capire di essere uno dei più forti?
“Ho iniziato a capirlo nel momento in cui ho esordito il prima squadra, ho capito che era un lavoro. Prima lo prendevo come un gioco. Prima dell’esordio ci speravo, perché quando stai tra Primavera e prima squadra è il sogno di tutti. Per fare quel salto non è sempre facile: o salti e caschi di sotto o salti ed entri dove vorresti. Mai avrei immaginato di arrivare fino a questo punto. Speravo, quello sì, ma fino a questo no”.
Che hai pensato quando Capello ti ha sostituito con Nakata?
“Pensavo che stava facendo una stro**ata, anche perché dovevi ribaltare la partita. Da quel cambio è cambiato tutto. Ha fatto il gol del 2-1, il tiro del 2-2: è stato un cambio azzeccatissimo. Se l’avessi saputo prima sarei uscito alla fine del primo tempo, anzi neanche sarei entrato. In quel contesto ti può rodere perché ti sostituiscono in una partita così importante, la partita dello scudetto. Se non avessimo perso sarebbe andata come è andata, alla fine i cambi sono stati azzeccatissimi e in quel contesto pensi alla squadra e non a te stesso. Con me la squadra ha faticato di più rispetto a Nakata. È stato bravo Capello a capire e cambiare nel momento giusto della partita. È la stessa cosa quando abbiamo vinto al derby che Ranieri ha levato me e De Rossi. Anche perché lì ci stavamo giocando lo scudetto, possiamo dire che l’avevamo quasi vinto dopo quella partita. Sono cose istintive che ti vengono, come un giocatore quando fa una giocata. Come Spalletti con me a Roma-Torino, quando a 3 minuti dalla fine ho fatto gol”.
L’arrivo di Batistuta alla Roma. Ti ha aiutato nello spogliatoio o hai sofferto la sua presenza?
“Con il mio carattere non ho mai sofferto nessuno: mi sentivo forte per il nome, per il fatto di essere capitano, romano e romanista. Anche se venisse qualcun’altro è difficile che possa ripetere quello che ho fatto io. Un nome così importante nello spogliatoio invece di averne uno ne hai tre o quattro, cambia nella testa dei giocatori dello spogliatoio. Ti aiutano a fare gruppo, a cercare quello che tutti vorrebbero: i risultati la domenica. Il gruppo lo fai vincendo, quando perdi fai l’apoteosi. Oltre alla Juve in quella stagione c’era anche la Lazio forte”.
Ricordi l’intera giornata di Roma-Parma?
“Non è mai iniziata quella giornata, è iniziata il sabato.È difficile da spiegare, per un tifoso romano e romanista, capitano. Dopo 20 anni che aspettavamo quel giorno c’era ansia, paura e timore. Non ho dormito tutta la notte, sono stato con gli incubi: pensavi sia a cose belle e a cose brutte. Il calcio è bello anche per questo, che ti riserva sorprese”.
Hai ricevuto tante offerte in passato.
“Il sogno mio era di rimanere alla Roma, poi è normale che crescendo capisci che ci sono degli intoppi durante un periodo di tanti anni. Il Milan iniziò prima che io esordissi con la Roma. Venne Braida a casa e voleva portarmi al Milan a tutti i costi. C’era il momento del 2004/05 che voleva a tutti i costi che andassi al Real. È mancato veramente un capello che andassi, era quasi tutto fatto. Il presidente Sensi voleva una cosa, io un’altra. Avevamo vinto uno scudetto e ne avevamo persi due immediatamente. Stavo andando a rilento, volevo che comprassero campioni e allenatori per vincere. C’è stato un po’ di contrasto, ma guai chi me lo tocca Franco Sensi, è stato veramente un padre. Ho dato tutto quello che potevo dargli. È stata una cosa reciproca e non lo negherò mai, non sputo sul piatto dove ho mangiato. Ma mancava pochissimo per andare lì”.
Parliamo di Lazio. Il derby più bello e quello più brutto?
“Il derby più bello dove ho segnato: quando ho segnato non ho mai perso. Non voglio dire una cavolata ma penso che sia così. Difficilmente sul calcio sbaglio. Se ne dovessi scegliere uno direi il 5-1, per la serata, il gol mio che ha chiuso tutto. Peruzzi era uno dei più forti, aveva tutte le componenti per essere il top. Quello più brutto è il 26 maggio, è scontato. Ma non perché hai perso la finale di Coppa Italia, ma per come è stata la partita, una delle più brutte. C’era la paura di giocare, la tensione extra campo, in campo. Quello che poteva succedere nel post gara, pensavi più a quello. Purtroppo abbiamo fatto una partita di me**a”.
Il giocatore più forte della Lazio contro cui hai giocato?
“Nesta, per me è il simbolo della Lazio. Uno dei giocatori più forti del mondo in difesa. Se mi fai questa domanda ti rispondo Alessandro. La Lazio poi ha avuto fior fiori di campioni: Vieri al top, Simeone, Marchegiani…”
Se domani arriva una proposta della Lazio per tuo figlio, tu che fai?
“Se dipendesse da me ci penserei. Conoscendo Cristian neanche mi farebbe mettere a sedere: farebbe lo stesso percorso che ho fatto io con mia madre alla Lodigiani. Se ci fosse solo quella? O cambia lavoro o va a giocare alla Lazio”.
Se dovesse riprendere il campionato, cosa pensi della Lazio?
“La Lazio l’ho vista come l’hanno vista tutti, non da romanista, da sportivo, perché devi esserlo nel calcio. Sta disputando un campionato che nessuno si sarebbe mai aspettato: ha 3-4 calciatori che possono giocare in grandi squadre, e il contorno che li aiuta. Simone è bravo, non ha una squadra per essere a un punto dalla Juve, perciò in questo contesto sta facendo un campionato top. Se dovesse riprendere non so come può andare a finire. Sarà un altro campionato. Ci saranno meno infortuni, perciò aspettiamo e vediamo se riparte”.
De Rossi e il travestimento in Curva Sud al derby.
“Non pensavo facesse una cosa del genere. Ho detto che se dovessi andare in curva ci vado come Totti. Volevo andare al derby ma c’era già Daniele”.
Il calcio a Balotelli?
“È stata un accumulo di rotture, era strafottente. Faceva le battute, io poi sono permaloso e quando accumulo c’è un momento che sbotto. Purtroppo è successo, non dovrebbe ma ti si annebbia la vista. Da fuori è più facile gestire la testa e la rabbia. Quella partita non mi ha fatto giocare il mister, perdevamo e sono entrato: c’è stato il momento che mi è capitato una volta e ci ho pensato, alla seconda non ci ho visto più e sono andato. Era un pensiero di altri giocatori: sbagliando ho fatto un gesto che non avrei mai voluto fare, mi dispiace e gli ho chiesto scusa”.
Com’era la tua vita da calciatore a Roma prima della famiglia?
“Invivibile. Prima era impossibile perché ero il capitano romano e romanista. Ho un rapporto con la gente che va extra-calcio, come se fossero tutti di casa. Adesso è improponibile. Pensavo che smettendo si attenuava, invece qui il contrario. Anche quando vado all’estero ti vedono come un’icona, come una cosa che tanti tifosi delle altre squadre ti osannano tutti: prima ti rompevano perché eri un avversario, ora sei il beniamino di tutti. Da una parte mi fa veramente piacere, mi gratifica. Sono andato a Napoli, Bergamo, posti che prima mi odiavano. Ora ogni volta che vado sembra come se fossi uno di loro. Come persona è gratificante. Alla fine eri un avversario però hai sempre portato rispetto”.
C’è un nuovo Totti oltre a tuo figlio?
“Di cognome sì, ma non è il nuovo Totti. Si diverte, è appassionato. Mi piace vederlo, scrutarlo senza che si accorga. Quando parla lo vedo come si esprime, lo percepisco. In Serie A ora non c’è nessuno che ricorda me. Con il lavoro che sto facendo cerco giovani promettenti in Italia, in Europa e nel mondo, cerco persone che potranno riuscire a fare quello che ho fatto io. L’occhio mi è rimasto, riesco a visionare se una persona può arrivare ad alti livelli”.
Pallotta come te l’ha detto che non ti rinnovava il contratto?
“Neanche me l’ha detto lui, me l’ha fatto arrivare. Sinceramente non pensavo di essere trattato così, mi dispiaceva perché quello che ho fatto per la Roma era un riconoscimento. Alla fine ho portato rispetto a 360° tutti i giorni, dal portiere al presidente. Nessuno può dire cose di male contro di me perché ho rispettato sempre tutti. Ma mi è arrivata questa chiamata che mi ha detto che mi erano rimaste le ultime due partite. Sapevo che ero agli sgoccioli, almeno un altro anno l’avrei fatto con la pipa in bocca. Se ti alleni tutti i giorni, non salti un allenamento, stai bene fisicamente, non condizioni l’allenatore per chiedere di giocare: se il mister reputava che potevo giocare bene, altrimenti no. Io però ero lì, c’era sempre Totti nel gruppo. Riuscivi a tamponare tante situazioni, negative e positive”.
Quanto pesava quel pallone del rigore nel Mondiale?
“Pesava tantissimo: il portiere era enorme e la porta piccola. Non potevo sbagliare. Non l’ho chiesto io, tutti si erano allargati e sono rimasto solo io: sembrava Mosè con le acque. Chi si allacciava gli scarpini, chi si girava”.
Il rapporto con l’Antonio Cassano di allora?
“È stato un fratello, ho cercato di farlo crescere nel migliore dei modi. Antonio è stato il partner ideale, giocavamo a occhi chiusi, facevamo cose impensabili. Ha sfruttato il suo talento al 30-40%. Adesso si è stabilizzato dopo che si è sposato, ma prima era matto vero. Va come gira la Roma. Antonio se lo conosci è come lo vedi, un matto in tutto e per tutto. Allo stesso tempo una persona squisita che ti darebbe il braccio. Quando è andato via mi è dispiaciuto, speravo che potesse percorrere la strada che ho fatto io, era l’unico che riusciva a fare le cose che ho fatto io”.
Il giocatore più forte con cui hai giocato?
“Ronaldo il fenomeno è stato il top del top sotto tutti i punti di vista, senza togliere a Messi e Ronaldo ma lui era di un’altra categoria”.
Petrachi va all’assalto di Mertens
IL TEMPO - BIAFORA - La Roma si rifà sotto per Mertens. Dopo una serie di abboccamenti andati in scena nelle prime settimane del 2020, i giallorossi stanno provando a sfruttare lo stallo tra il belga e il Napoli. Il classe 1987 era a un passo dalla firma del rinnovo, ma ora ci sta riflettendo e c’è stato un allontanamento. Si è allora inserito Petrachi, che ha messo sul tavolo un triennale per Mertens, che piace non poco a Fonseca. Il dirigente salentino è consapevole che la Roma non è la prima scelta del ragazzo al momento e che sarà difficile competere con le cifre che possono mettere sul tavolo Chelsea, Monaco e Inter.
Kolarov resta al centro del progetto
IL MESSAGGERO - CARINA - Quello che non gli mancano, sono le idee chiare: “Mi vedo ancora come calciatore, sto bene e ho altri due anni di contratto”. Kolarov ha già in mente il suo prossimo futuro calcistico e dalle sue parole è certo di chiudere la carriera in giallorosso.
Sì, perché quando il serbo a Dazn parla “di due anni di contratto“, dà per scontato che l’opzione per il 2022, annessa nel rinnovo firmato a gennaio sino al 2021, sia una formalità.
Evidentemente la possibilità di estendere l’intesa è legata a dei parametri facili, quasi scontati. Una decisione, quella del club di affidarsi ad un calciatore che a novembre festeggerà 35 anni, in controtendenza con i parametri che la Roma intende darsi per il futuro. A questo punto (oltre a immaginare un post-campo a livello dirigenziale) c’è da chiedersi se la possibilità di passare a tre in difesa – svelata da Fonseca nelle settimane scorse – non possa agevolarlo nel prossimo biennio.
Di certo la Roma perderebbe più di qualcosa in fase di spinta. Kolarov è attualmente il quarto giocatore della rosa per occasioni create (15), secondo per assist (3), gol (6) e conclusioni (36), con all’attivo ben 12 passaggi-chiave. Toglierlo dalla fascia, equivarrebbe a perdere la sua naturale capacità di accompagnare l’azione.
Tutta via Aleksandar ha già dimostrato di saper giocare come centrale. In primis nella stagione 2016-17 quando Guardiola lo impiegò spesso e volentieri come terzo difensore a sinistra. E poi in nazionale quando lo scorso autunno il ct Tumbakovic stupì tutti schierandolo addirittura in coppia con il viola Milenkovic in una difesa a quattro nelle tre gare con Lituania (2-0), Paraguay (1-0) e Lussemburgo (3-2).
In questa stagione l’ex Stella Rossa ha giocato 32 partite,confermandosi uno dei leader dello spogliatoio. Ne sono conferma le linee guida dell’accordo sul taglio degli stipendi della squadra, tracciate insieme a Pellegrini, Fazio e Dzeko.