Lippi: "La Roma può organizzarsi per contrastare il predominio della Juventus"
Marcello Lippi, ex CT della nazionale Campione del Mondo 2006, ha parlato ai microfoni di soccermagazine.it del calcio attuale e della sua esperienza alla guida degli azzurri:
Tra il 2010 e il 2020 Napoli e Roma sono state le squadre che hanno più dato fastidio alla Juventus. Secondo Lei quale sarà invece la società che terrà testa ai bianconeri nei prossimi 10 anni?
"Penso l’Inter e la Lazio, le attuali due che hanno a parer mio del potenziale, ma anche la Roma effettivamente può organizzarsi per contrastare questo predominio. Le squadre attuali, insomma. Il Milan è ancora un pochettino da ricostruire".
L’ultimo ventennio del calcio italiano è stato caratterizzato dai continui paragoni tra due campioni che anche Lei ha allenato: Totti e Del Piero. Al di là dell’aspetto tecnico, può dirci qual è la principale differenza tra i due?
"Al di là dell’aspetto tecnico non c’è nessuna differenza. Sono due splendide persone, due splendidi ragazzi capaci di legare con tutti i compagni. Non ci sono grandi differenze".
C’è una domanda romantica che facciamo ogni volta che sentiamo uno dei campioni del mondo del 2006: spesso si parla delle emozioni e di cosa si è provato, Lei può dirci invece che cosa o a chi ha pensato quando è diventato campione del mondo, subito dopo il rigore di Grosso?
"È una costante la mia: siccome tutti i sacrifici che ho fatto nella mia carriera li ho fatti insieme alla mia famiglia, nei momenti di grande gioia e di grandi conquiste ho sempre pensato alla mia famiglia. E ovviamente anche ai miei genitori che non hanno potuto provare queste emozioni".
Per concludere: da calciatore Lei è stato una bandiera della Sampdoria, il cui maggior rappresentante oggi è Fabio Quagliarella. Ecco, pensando anche al Sudafrica, non crede che abbiate raccolto entrambi meno di quanto meritavate?
"Lui probabilmente ha raccolto meno e magari sarebbe stato più giusto che lo impiegassi un po’ più frequentemente. Per quanto mi riguarda io non ho nessun rimpianto nella mia carriera, ho avuto degli alti e bassi, ma sono stati talmente tanti gli alti che va bene così".
De Rossi: "Penso che allenerò la Roma, ma succederà solo se diventerò un bravo tecnico"
Daniele De Rossi è stato ospite di Casa Sky Sport, rispondendo alle domande da studio e dei tifosi da casa. Ecco le sue parole.
Come stai?
"Bene, sto un po' come stanno tutti quanti. Mi sento un po' stretto, però passerà, dai. C'è gente che sta molto peggio".
Domanda di Adani: citando l'intervista che facemmo tre anni fa, concludemmo davanti al tuo mare, a Ostia. In quella circostanza, ti strappai una promessa, che era quella di poter avere come ambizione quella di allenare la Roma. Qual è l'obiettivo adesso? Che percorso abbiamo in mente?
"Ho fatto un percorso calcistico non unico, ma raro. Giocare 20 anni in una squadra non capita tutti i giorni. NOn posso sognare la stessa cosa se diventerò allenatore, non esistono allenatori che resistono così a lungo. Mi piacerebbe allenare la Roma, ma prima devo diventare allenatore e per farlo c'è un percorso di crescita di cui tutti gli allenatori giovani hanno bisogno. In pochi giorni sono diventato da calciatore vecchio ad allenatore giovane, vedo le cose con una rilassatezza che da calciatore non puoi permetterti. Sedermi su quella panchina mi piacerebbe, ma non ho la fretta di farlo accadere domani. Presumo, spero succeda: succederà se sarò diventato un bravo allenatore e non per essere stato un calciatore grandissimo di questa squadra".
In campo ti sei preso sempre responsabilità, puoi essere definito già allenatore per come parlavi dopo le partite, mettevi sempre la faccia nei momenti difficili.
"Inizierò questo percorso non solo perché mi piacerebbe, ma perché penso di poterlo fare. In Italia lo pensano un po' tutti, ma penso di poterlo fare. Sono sempre stato bravo, mi è sempre stato riconosciuto questo ruolo di leader, sarò un pochino avvantaggiato, ma l'allenatore è tanto altro, è prendere decisioni, è mettere la squadra in campo, scegliere lo staff, subire pressioni che on ho mai rifiutato, ma da allenatore sei solo contro tutti. Prendersele da allenatore... se perdi è colpa tua, se vinci sono bravi i giocatori. I nostri allenatori erano sempre sottoposti a questo tipo di giudizio".
Quali sono state le tue sensazioni durante il giorno dell'addio?
"L'ho vissuta con grande serenità, credo si sia visto. Non ho finto, mi sono emozionato in alcuni momenti, durante il match c'erano alcuni momenti di vuoto. Nelle pause mi trovavo a non dover far nulla, mi giravo e guardavo quella che era stata casa mia, pensavo che non avrei visto più quel posto da quella prospettiva. Ho fatto un percorso negli anni, mi sono detto di arrivarci pronto. Non conta a quanti anni arriva e quello che hai fatto, fa male a chiunque, senti un senso di malinconia, ma era importante per me. Avevo la mia famiglia vicino, volevo far vedere che non era una tragedia e che andavo via col sorriso, perché ero felice di quello che mi avevano fatto diventare".
Il tuo ultimo discorso nello spogliatoio...
"Non preparo niente, ci penso sempre 30-60 secondi prima. Quei bastardi dei miei compagni mi facevano un applauso anche dopo un passaggio di 5 metri (ride, ndr). Dissi loro che non era il derby del cuore, non era una partita d'addio, ma una partita di calcio, volevo giocare una partita vera. Il fatto che sia finita 0-0 (in realtà finì 2-1, ndr) voleva dire questo".
Avevi qualche rito scaramantico?
"Ne ho avuti negli anni tanti, li ho cambiati. Non servono a niente, partiamo da questo punto. Non funzionano. Quando funzionano è perché funzioni tu o la tua squadra. L'unico che non ho mai cambiato sono i tre saltelli quando eravamo tutti allineati a centrocampo. Facevo questi saltelli e mi piegavo, è iniziata tanti anni fa come a volersi sgranchire, ma non correre come me perché non vinci niente (ride, ndr)".
Domanda di Adani: "Non hai scelto di abbandonare la Roma, mentre hai scelto di lasciare il calcio. La domanda riguarda entrambe le situazioni: hai più sentito i dirigenti della Roma? Che rapporto hai avuto con Riquelme al Boca?".
"Non ho scelto io di lasciare la Roma e ho scelto io di lasciare il calcio. Sono stati due momenti difficili, in entrambi ho dovuto prendere decisioni che non avrei voluto prendere, una volta perché aveva deciso qualcun altro e un'altra perché era la cosa più giusta per la mia famiglia. La mia famiglia ha tratto un grande beneficio dall'essere tornato a casa, a parte questi ultimi due mesi. Non ho sentito dirigenti della Roma, ne ho incontrato uno una volta, ho incontrato De Sanctis al Tre Fontane, l'altro giorno mi ha scritto un dirigente per sapere come stessi, ma se ti riferisci a chiacchierate per un futuro non mi ha chiamato nessuno. Non chiamerò nessuno neanche io. Il rapporto con Roman è stato semplice e diretto. La prima volta che l'ho visto gli ho spiegato le mie situazioni, mi sono sentito in dovere di dirgliela. Mi disse che volevano che rimanessi, che volevano mettermi a punto fisicamente e che puntavano su di me. A parlarmi era un giocatore che era stato un esempio di come si interpreta il ruolo, mi ha fatto effetto. Mi sono allenato 5-6 giorni con la squadra, mi chiedevano di rimanere. Dissi loro che me ne andavo domani, altrimenti non sarei più andato via. Lì stavo da dio, stavo troppo bene. Ho nostalgia di quel posto, di popolazione, è una nostalgia forte e pesante".
Video di Marchisio: "Volevo mandarti un grandissimo abbraccio, farti i complimenti per quello che hai fatto. Sarebbe stato bello giocare insieme in un club, sarai sempre una delle poche bandiere del calcio italiano. Ti faccio un in bocca al lupo per tutto".
"Intanto mi fa piacere vederlo, ci parliamo. Un ragazzo di una sensibilità differente, è uno che si prende responsabilità sul sociale. Mette bocca su cose che calciatori difficilmente fanno. Lo incontrai per la prima volta in un Roma-Empoli, lui e Giovinco ci misero in difficoltà in un modo imbarazzante. Dissi che sarebbero arrivati in nazionale. In un certo momento della carriera si è trasformato da mediano, per me era tagliato per quel ruolo. Poi ha avuto 2-3 infortuni che l'hanno bloccato, ma parliamo di un calciatore incredibile. L'Italia deve lavorare su questi ruoli, fatichiamo a trovare giocatori come lui, sembra che ora ne stiano nascendo di interessanti".
Quanto è stata fondamentale Sarah nel tuo percorso?
"Sarah ha solo questo difetto, che è molto più social di me, a volte mi giro e vengo ripreso (ride, ndr). Dal punto di vista umano è stata fondamentale, non trovi calciatore che dice che la moglie sia una zavorra. Ma è una persona che mi ha migliorato molto, come umore, stile di vita, serenità familiare. È stata in quell'unica circostanza in cui ho dovuto prendere una decisione fondamentale, mi ha detto che avrei potuto decidere io. Ovviamente c'erano destinazioni più o meno gradite, ma è stata pronta ad accettare la mia decisione di andare in Argentina. Si è innamorata dell'Argentina prima ancora di me, e non mi ha messo il muso quando ce ne siamo andati. In pochi mesi aveva creato una casa e una famiglia a Buenos Aires. Quando dico che abbiamo fatto fatica parlo di questo. Guardavamo la Casa di Carta, un personaggio ha detto due parole argentine: ci siamo guardati e ci siamo detti quanto ci manca. Ci è entrato nel cuore, ma mi ha dato ragione nel tornare a casa".
Perché il Boca?
"Vorrei sapere se sto parlando con uno dei più grandi opinionisti o quello che fa le rovesciate sul letto (ride, ndr). Ho scelto il Boca da ragazzino, vedendo il tifo, vedendo Maradona, che è stato uno dei miei idoli. Mi sono appassionato a lui, alla squadra e poi è tutto virato per questa tifoseria. Tutti la conoscono, ma nessuno la conosce. Non so chi sia il mas grande, ma chi dà mas amore è il Boca".
Domanda di Federico Buffa: "Cosa hai trovato a Buenos Aires di diverso da quel che ti aspettavi? Cosa vorrai condividere con i nuovi allievi di questa esperienza?"
"L'esperienza è stata meravigliosa, ma non solo dal punto di vista umano. Ho imparato tantissimo e mi sono reso conto di quanto talento, senza organizzazione, vada sprecato. Bisogna organizzarli per farli suonare insieme in campo, altrimenti diventa una sorta di confusione, bella da vedere, ma sempre confusione. Far coesistere queste meraviglie, questi mancini che cantano, questi giocatori ruvidi ma tecnici, sarebbe il primo passo di qualunque squadra. Un allenatore c'è riuscito, Gallardo c'è riuscito, ha giocatori fortissimi e ne aggiunge un altro ogni volta che ne perde uno. Speriamo che l'ultima giornata dell'ultimo campionato sia stata destabilizzante per loro. Se l'Argentina ci riuscisse come nazionale, cambierebbero le sorti del calcio mondiale. Hanno talento esattamente come il Brasile".
Quanto è stata importante la figura di Lippi in Germania?
"Ovviamente l'hanno detto un po' tutti, non posso non ricordare quanto Lippi fu importante. Una nazionale con grandissimo talento, con giocatori mostruosi, ma non era la nazionale più forte: il Brasile era più forte. Vincemmo perché fummo grandi lottatori, ma perché lui dal primo giorno, creò una squadra di club, che in nazionale non è mai facile. Ti vedi una volta ogni 30 giorni, ognuno ha i suoi malumori. Lui creò un gruppo di amici in due anni, poi l'ha gestita bene anche a livello tecnico-tattico, ma ha creato un qualcosa di diverso. Quella nazionale partiva con grande pressione, grande importanza per quel trionfo e per me, se non ci fossero stati 60 minuti e i rigori in finale l'avrei assaporato con un sapore agrodolce. Ho sempre sentito la sua fiducia, anche quando era incazzatissimo, anche quando ero squalificato. Ho sempre sentito che qualora ci fosse stata l'opportunità di rientrare la'vrei potuto fare. Peruzzi mi disse che mi voleva ributtare dentro in finale. Partivo come un panchinaro che doveva fare il suo di lì a poco, così fu e rimane il ricordo più memorabile della mia carriera calcistica".
Domanda di Adani: "Un altro allenatore importante è Heinze. Lavorando sul fatto che andrai a documentarti, quali sono i primi 2-3 appuntamenti che pensi di avere in agenda? La partita con l'Atletico Tucuman l'abbiamo messa in preventivo, campiamo di rendita dal 9 dicembre 2018... (vittoria del River sul Boca nella finale di Libertadores, ndr").
"Gabi Heinze è un allenatore interessantissimo, andando in Argentina e avendo opportunità di vedere partite a ripetizione ho potuto vederlo. Aveva giocatori interessanti al Velez, lui è andato via, parlando con un DS italiano si sa anche in Europa quanto sia bravo. Sarei contento se si riaprissero per lui le porte del calcio europeo. Crespo mi ha impressionato al Banfield, una squadra medio piccola che ci ha messo in grossa difficoltà. Penso che avrò bisogno di sentire tutti, mille allenatori, di scrutarli, posso imparare da tutti. C'è un proverbio africano che dice che un bambino in piedi non riesce a vedere dove vede un vecchio seduto. E io sono un bambino. Chi si affaccia a questa professione, se può partire dal migliore di tutti e non lo fa sbaglia. E il migliore è Guardiola: se avrò opportunità partirò da lui. Poi ci sono allenatori bravi in Italia, Gattuso, De Zerbi che mi fa impazzire. Tanti, dai quali devo imparare molto. Saranno viaggi professionali e di divertimento. Andrò a vedere allenatori di altri sport, voglio contattare Pozzecco per il rapporto che hai coi giocatori. Le dinamiche penso che siano simili. Avrò un bel giro da fare. Se non imparerò niente perché sono un asino, almeno mi sarò divertito. La terza: chi è del Boca è sempre la festa dopo la partita con il Gimnasia. Ma anche quella dopo la semifinale persa: in piedi, occhi lucidi e saluti. Non mi voglio attribuire il titolo di argentino, ma un amore così è solo da applaudire".
Ci racconti del trucco e parrucco per mimetizzarti in Sud nel derby?
"È nata come una battuta, uno scherzo. Avevo questa grande voglia di andare in curva, ma senza essere preso in braccio tipo Oronzo Canà, volevo passare in osservato. Inizialmente volevo andare a Firenze, ma la Roma arrivava da una serie di vittorie di fila e scaramanticamente non andai. Fu l'unica maniera per poter passare inosservato. Un ragazzo dietro di me mi ha riconosciuto dopo un secondo e lo ringrazio per avermi permesso di godermi lo spettacolo".
Domanda di Giuseppe De Bellis: "Qualche tempo fa mi hai detto che il giorno più difficile sarebbe stato l'ultimo a Trigoria. È stato davvero così?"
"Voglio chiarire una cosa. È stato il giorno più difficile della mia ultima esperienza. Non significa che abbia smesso a Roma, non è stato lasciare la Roma, ma chiudere quella porta per l'ultima volta. È stato difficile, io lì dentro non ci rientrerò più, perché è la camera dove ho dormito di più in vita mia, è un posto che non rivedrò mai più. È stata una bella botta, un momento nel quale mi hanno tremato più le mani".
Domanda di Luca Marchegiani: "Qual è la difficoltà principale che ti aspetti per cominciare la carriera da allenatore? Ho sentito nomi di allenatori che pensi di andare a vedere, tutti abbastanza innovativi. Come giudichi il livello del nostro calcio rispetto alle nuove proposte dal punto di vista tecnico-tattico?"
"Difficoltà ne incontrerò, mi aiuto da solo pensando così. Non so se so fare alcune cose: dovrò organizzare un precampionato, formare uno staff, parlare alla gente da un'altra prospettiva. Tutti ti devono seguire, magari inizierò da un livello più basso di quello che ho vissuto da calciatore e dovrò accettarlo. Difficoltà che spero di superare. Riguardo gli allenatori, ho citato allenatori innovativi, ma devo imparare tanto dagli altri, più pragmatici. Il livello del calcio in Italia si sta direzionando verso lo spettacolo: la sensazione è che anche le piccole squadre abbiano iniziato a proporre qualcosa di interessante. Il Barcellona di Guardiola ha cambiato la percezione del calcio, il pericolo è abusarne, abusare del palleggio e di idee propositive quando la squadra non è all'altezza. Posso citare altri allenatori, come Fonseca. Mi complimentai con lui dopo Roma-Shakhtar, mi aveva fatto una grande impressione".
Da chi rubiamo qualcosa di quelli che hai avuto?
"Non voglio dare risposte paracule, ma devo rubare da tutti, anche da chi mi è piaciuto di meno. Si ruba anche cercando di non ripetere errori gravi. Se penso a chi mi ha segnato penso a Spalletti, insieme a Luis Enrique. Come gestione del gruppo sono un tranquillone, ma un pizzico di atteggiamento à la Capello non guasta mai".
Quale soprannome ti è pesato di più? Capitan Futuro o Nino?
"Questo non è di Roma, è di Ostia! Da piccolo avevo questa scodella bionda, a Roma non c'è nessuno che non abbia un soprannome, ero Nino riferito a Nino D'Angelo, finché non sono diventato Capitan Futuro".
Domanda di Paolo Condò: "Hai avuto modo di pensare ai tuoi progetti tecnici? Puoi raccontare il primo giorno al campo di allenamento del Boca?"
"I progetti sono tutti in stand-by. Pensare a queste cose in questo momento non mi sembrerebbe giusto. Ho grande voglia di fare questo lavoro, ho fretta, smanio, ma mi sento circondato da un alone di tristezza, di difficoltà, di tutto il mondo. Andare a pensare al corso, alle squadre mi sembra un po' ridicolo. Il primo giorno, non ricordo se fosse il primo o il secondo, facemmo questa partitella. Ero abituato ai Primavera della Roma, che tendono a levare un po' il piede. Ci fu questo contrasto con questo torello di 170 cm per 100 kg e mi ha ribaltato, un animale. Si è subito fermato, pensando di fare qualcosa di male, gli dissi di continuare così. Da loro era inverno, campo fangoso, il paradiso".
Domanda di Leonardo Bonucci: "Eicordi quando ti ho tirato la scarpetta? Raccontalo!"
"Questa è lunga. Parliamo di un ragazzo del quale tutti i miei conoscenti mi dicono che è odioso. C'è una percezione di Leo che è totalmente sbagliata. Un professionista incredibile, mi spiace che si pensi che sia antipatico. A volte lo è in campo, ma è frutto della maglia che indossa, quella squadra ti dà quell'impostazione là ed è un motivo per cui vincono sempre. In allenamento lui mi tirò uno scarpino, che slittò e mi prese col tacchetto. La cosa era diventata un po' meno scherzo, poi dopo un minuto passò tutto. È uno dei ragazzi che ricordo con più piacere, quel tavolo era una bolgia. Grandi momenti insieme".
Domanda di Luca Marchegiani: "Hai un rammarico in carriera?"
"Senza entrare nel dettaglio: non aver vinto qualcosa di importante, di strappalacrime, con la Roma. Ieri vedevo uno speciale su Di Bartolomei, o lo scudetto di Francesco. È un rammarico grande. A volte vengo tacciato di aver avuto poche ambizioni, ma ho avuto l'ambizione di provare a vincere dove non si vince mai, in una squadra meno forte delle sue avversarie. Mi sento in pace con la mia coscenza, ma il rammarico c'è. Le cose non vanno sempre come uno spera. Se guardo la mia carriera sono fortunato, se guardo la bacheca è abbastanza vuota e mi dispiace".
Domanda di Paolo Di Canio: "Il calcio inglese? Ci hai fatto qualche pensiero? In che squadra ti saresti visto? Con Roy Keane o con Paul Scholes? O con Gerrard? O con Mourinho, insieme a Lampard?"
"Risposta secca: da quando sono piccolo ho sempre amato molto il Manchester United. Proprio perché mi ha citato loro è giusto che non ci sia andato. Riguardo al Boca, era proprio un mio desiderio. A posteriori era fare un paio di stagioni delle mie, con 50-60 partite in quello stadio, con quella maglia".
Messaggio di Gianmarco Pozzecco: "Potrai prendere tantissimi spunti negativi dai miei allenamenti. Vieni a vedere un mio allenamento, fai esattamente il contrario e hai successo (ride, ndr). È giusto dirti che le porte sono aperte, puoi venire quando vuoi e speriamo che tutto ciò accada presto, in una situazione migliore di quella di oggi".
"Che dire, mi fa un grande effetto. Sono un appassionato di basket, è stato sempre una sorta di punto di riferimento, mi è sempre piaciuto tantissimo vederlo. Da allenatore sta facendo grandi cose, non devo vedere come spiega il pick'n'roll, ma come interagisce con i giocatori. Sarà un bel viaggio, con lui non mi annoierò sicuramente".
Cosa ci lascerà un momento del genere? Come ripartire?
"Penso che porteremo via da questo momentaccio delle cose positive se in questo momento remeremo nella stessa parte. È adesso che dobbiamo sentirci sulla stessa barca, tra nord e sud c'è una differenza gigante. Penso che questo popolo possa risollevarsi, una delle cose più intelligenti la disse Balotelli, prima di politici e dottori: ha detto di avere una madre di una certa età e che non le vuole attaccare nessuna malattia. È facendo le cose normali che ne usciremo, poi ci sono scienziati e politici che si devono occupare di cose più importanti. Siamo una popolazione che ha sempre dimostrato di avere la pelle dura".
Il Siviglia su Florenzi
Alessandro Florenzi ha lasciato la Roma a gennaio per approdare al Valencia. Come riporta il portale spagnolo TodoFichajes il Siviglia avrebbe contattato Petrachi per chiedere informazioni sul giocatore. La Roma lo valuta 12 milioni di euro.
Dzeko: "Giusto tornare a giocare"
IL TEMPO - BIAFORA - Il 34° compleanno e l'annuncio dell'arrivo di un'altra figlia. Fino ad ora quella di Dzeko non è stata sicuramente una quarantena avara di emozioni, nonostante lo stop alle partite in un momento decisivo della stagione in cui il bosniaco avrebbe guidato la Roma nella doppia sfida contro il Siviglia. Il numero 9 negli ultimi mesi ha preso ancora più in mano le redini dello spogliatoio del club di Trigoria, che nell'ultima settimana si è schierato a più riprese sull'importanza di riprendere a giocare: «E un discorso molto delicato. Sicuramente - ha detto a Sky - la cosa più importante è la salute della gente, di tutti noi. Però tutti noi amiamo lo sport ed è parte della nostra vita. Quando la situazione si calmerà e non ci sarà più pericolo per tutti è giusto finire il campionato. E giusto per tutti».
Il centravanti di Sarajevo ha anche affrontato il tema della fascia, passata nelle mani di uno straniero dopo oltre venti stagioni: «Sono capitano della Bosnia da 6 anni, farlo alla Roma dopo Totti e De Rossi è un grande orgoglio. Questa è una società meravigliosa, mi sentivo anche prima come uno dei capitani. La scelta giusta l’ho fatta per rimanere e non era difficile. Sono orgoglioso di far parte di questo club che fa cose molto importanti per tutti i suoi tifosi e la gente».
Allenamenti il 4 maggio
IL TEMPO - CICCIARELLI - Lo sport resta ancora fermo nel tunnel del coronavirus, ma all'orizzonte vede uno spiraglio per la ripresa il 4 maggio. Il prolungamento dello stop, come per buona parte degli altri comparti del paese, è stato ribadito come «indispensabile» dal ministro dello Sport Vincenzo Spadafora nella lettera inviata ieri Giovanni Malagò e Luca Pancalli, rispettivamente presidente del Coni e numero uno del Comitato Italiano Paralimpico, ma lascia speranze per un ritorno alle attività a partire dal mese prossimo. L'indicazione messa su carta dal ministro è che la ripresa delle sedute di allenamento «non avvenga almeno fino al mese di maggio», ma oltre a sancire il prolungamento della serrata la comunicazione di Spadafora suona come un invito a predisporre gli accorgimenti necessari per tornare il campo contemporaneamente alla battaglia contro il coronavirus, individuando come data di massima per il nuovo via il 4 maggio.
«Vi prego di voler attivare le Federazioni e gli altri soggetti del sistema sportivo - si legge nella lettera - affinché la ripresa degli allenamenti e delle attività avvenga, presumibilmente dal 4 maggio p.v., nel più rigoroso rispetto delle prescrizioni di sicurezza che saranno individuate d’intesa con le autorità sanitarie e gli organismi scientifici. Nei prossimi giorni darò impulso ad un'iniziativa, coordinata dal mio Ufficio di Gabinetto, per riflettere in modo organico su come realizzare specifiche leve di ripartenza, modalità di vero e proprio «adattamento» del sistema sportivo al rischio Covid-19, specie se questo non potrà dir- si del tutto sotto controllo nei mesi a venire».
Un’apertura che detta i tempi alla ripartenza dei campionati di calcio, dove leghe e società da diversi giorni ragionano sulla data del 4 maggio come quella buona perla ripresa degli allenamenti. Queste tempistiche permetterebbero alle squadre di far rientrare gli stranieri tornati a casa dalle famiglie - o impegnati negli allenamenti come Ronaldo e Ibrahimovic - in tempo per allenarsi, lasciando invece con l’amaro in bocca chi come la Lazio spingeva per un tornare al lavoro già dopo Pasqua. Il calendario sarebbe linea con le intenzioni della Lega Serie A, che permetterebbe di tornare a giocare il 30 maggio o il 6 giugno e di finire il campionato entro la fine di agosto, allontanando il rischio dello slittamento a settembre. «Il calcio vuole andare avanti - aveva spiegato Malagò a Radio Radio - quindi si mette in una situazione diversa rispetto alle altre discipline, questo è sicuramente un fatto ormai acclarato». In serata la risposta del presidente della Federcalcio Gravina: «Tutti si fermano e il calcio no? Non entro nel merito delle scelte che hanno adottato le altre discipline. Il calcio ha una sua specificità».
Il calcio studia la ripresa, allenamenti dal 4 maggio. Scintille Malagò-Gravina
CORRIERE DELLA SERA - La conferenza stampa di ieri sera del presidente Conte ha confermato l'estensione del blocco delle attività fino al 3 maggio, dando però al calcio italiano una data in cui, probabilmente, poter riprendere ad allenarsi, ossia il 4 maggio. Se la situazione infatti dovesse continuare a migliorare e non si verificassero più imprevisti, come nuovi casi di giocatori positivi, allora la Serie A potrebbe ripartire e portare a termine questa stagione. Intanto però è scontro tra Giovanni Malagò e Gabriele Gravina. Nella giornata di ieri il presidente del CONI ha affermato: "Il rischio è di pregiudicare anche la nuova stagione. Sarebbe significativo per lo sport poter ripartire il primo settembre". Subito è arrivata la risposta del presidente della FIGC: "Il calcio ha la sue specificità, per dimensione e impatto economico. Le conseguenze di una chiusura anticipata sono sotto gli occhi di tutti e rischieremmo la paralisi a causa dei ricorsi".
Dries, De Laurentiis e il rinnovo mancato. Napoli si allontana?
GAZZETTA DELLO SPORT - Il Napoli a giugno rischia di perdere a parametro zero uno dei giocatori più importanti della propria rosa: Dries Mertens. Il belga infatti a oggi, anche a causa dell'emergenza sanitaria, non ha trovato ancora un accordo con il club per il rinnovo del contratto e non è chiaro se ci sarà modo e voglia di farlo. L'attaccante fa gola a molte squadre, soprattutto in Premier League dove molti club avrebbero già preso contatti con il suo agente per intavolare una trattativa. Mertens però potrebbe anche rimanere in Italia, dove la Roma sembra essere molto interessata all'esterno e potrebbe farsi avanti per chiudere il colpo nei primi giorni del mercato estivo.
Menez: "Ero come Kakà e mi voleva Conte, ma ho fatto troppe cavolate"
GAZZETTA DELLO SPORT - Jeremy Menez, giocatore che in Italia ha vestito la maglia della Roma e del Milan, ha rilasciato una lunga intervista al quotidiano sportivo in cui ha parlato del proprio passato, dell'esperienza con la maglia giallorossa e di quello scudetto mancato sotto la gestione Ranieri. Queste le sue parole.
Ci racconti il rapporto con Spalletti e Ranieri...
«Luciano era una bella persona. A volte mi sgridava, voleva farmi crescere. Sia lui che Ranieri sono stati due secondi padri. Mi guardavano con un occhio di riguardo. Nel 2010, poi, sfiorammo lo scudetto, non capisco ancora il perché di quella sconfitta con la Samp. A Roma non ho vinto niente, ma ho vissuto tre anni pieni di passione. Con grandi compagni, primo fra tutti Totti, un fratello maggiore. In campo ci intendevamo a occhi chiusi. I primi mesi ho vissuto a casa dei suoi genitori, come aveva fatto anche Cassano anni prima. Persone fantastiche, come De Rossi. Giocavamo a carte durante i ritiri e stavamo sempre insieme».
Segue ancora la Serie A?
«Soprattutto Milan e Roma. Pastore è un amico. Talento puro. Peccato per gli infortuni, ma se sta bene è una garanzia. Poi voglio Mandare un abbraccio a Mihajlovic, tornerà più forte di prima»
Roma, Smalling lontano. Serve la rivoluzione verde
CORRIERE DELLA SERA - Due anni e un giorno fa la Roma si imponeva per 3-0 contro il Barcellona nella gara di ritorno dei quarti di finale di Champions League, ribaltando il risultato dell'andata in cui i blaugrana si erano imposti per 4-1. Di quella rosa nella Capitale sono rimasti ormai pochi reduci, solo sette, ma cosa resterà nella prossima stagione del club giallorosso? Nel momento in cui la pandemia sarà finita e si tornerà a giocare a calcio si dovranno fare i conti anche con la prossima stagione, che sul piano economico per ogni squadra si preannuncia molto dura. I giallorossi puntavano sulla conferma di Smalling, che però da quanto appreso in questi giorni non verrà riscattato vista l'alta richiesta fatta dal Manchester United che cercherà di monetizzare il più possibile. Petrachi dovrà piazzare così molti colpi in uscita, tra questo Olsen, Karsdorp e Florenzi che torneranno dai prestiti, uno tra Fazio e Jesus che hanno stipendi molto elevati per le casse della società. I dubbi rimangono in attacco, dove l'unica certezza nonostante i 34 anni si chiama Edin Dzeko; per il resto Kalinic dovrebbe tornare in Spagna e il futuro di Schick è ignoto, visto che il Lipsia potrebbe non poter o voler più pagare i 29 milioni di euro previsti per il suo riscatto. Nella Capitale piace molto Pedro, attaccante in scadenza a giugno con il Chelsea, che però non sarà facile convincere a causa dell'alto ingaggio richiesto.
Riecco il calcio. La A in campo fra 50 giorni
LA REPUBBLICA - Il calcio italiano potrebbe aver trovato finalmente una possibile data per ripartire. In conformità a quanto espresso nel decreto emanato nella giornata di ieri dal presidente Conte, le squadre potrebbero tornare ad allenarsi nei rispettivi centri sportivi dal 4 maggio. In questo modo si potrebbe rispettare il piano che la Lega Serie A stava cercando di mettere in atto, ossia riprendere il campionato già dal 31 maggio, precisamente tra cinquanta giorni. Ogni squadra dovrebbe giocare nel proprio stadio a porte chiuse, ma per i club che dovrebbero scendere in campo nelle città più colpite dal virus l'idea è di trovare un campo neutro dove poter giocare. La proposta di spostare tutti i club a Roma, arbitri compresi, per poter disputare solo gare all'Olimpico è stata scartata. Intanto ogni società è stata invitata ad avviare i processi di bonifica dei propri impianti, per poter arrivare pronti alla data di fine lockdown in cui i giocatori, tecnicamente, potrebbero finalmente tornare ad allenarsi.
Il mercato più povero fa riscoprire il valore dei talenti made in Italy
IL MESSAGGERO - Quando la pandemia sarà finita la speranza è quella di poter tornare alla normalità, ma molte cose cambieranno. Tra queste, una è certamente il calciomercato estivo che vedrà sicuramente un ridimensionamento, sia per quanto riguarda il tipo di colpi messi a segno dalle squadre sia per quanto riguarda le cifre che verranno spese. Il mercato in Serie A infatti si appresta a essere una sessione molto particolare, in cui saranno per la maggior parte dei casi proprio i giocatori italiani a esser messi al centro di ogni trattativa. Da Cragno a Florenzi, da Rugani a Romagnoli, fino ad arrivare a Chiesa e Belotti. Ogni squadra avrà a disposizioni un proprio "jolly" che proverà a inserire nelle trattative per arrivare ad altri obiettivi di mercato. In casa giallorossa piace molto Castrovilli, della Fiorentina, e sembra probabile che nel caso in cui Petrachi proverà l'affondo per il viola allora nella trattativa possa rientrare Florenzi, attualmente in prestito al Valencia, che piace molto alla squadra di Commisso.
Governo, no al calcio prima del 4 maggio
IL MESSAGGERO - L'emergenza coronavirus prosegue e in Italia nella giornata di ieri il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha confermato durante una conferenza stampa convocata in serata di aver esteso le misure di restrizione di questi giorni fino al 3 maggio. In questo contesto il calcio italiano non è stato esentato, come in molti speravano, da questo decreto. Se infatti alcuni presidenti non vorrebbero proprio tornare in campo, altri speravano di poter riportare le proprie squadre nei centri sportivi per riprendere gli allenamenti già dal 24-25 aprile. Si dovrà attendere ora e sperare che il governo non sia costretto a dover estendere ulteriormente il lockdown, in modo che il mondo del calcio possa sperare almeno per inizio maggio di tornare ad allenarsi. Se la situazione dovesse migliorare potrebbe essere chiesta una proroga, ma come annunciato dal Ministro Spadafora in una lettere indirizzata al presidente del CONI Malagò e a Pancalli, presidente del comitato paralimpico: «Vi prego di voler attivare le Federazioni e gli altri soggetti del sistema sportivo affinché la ripresa degli allenamenti e delle attività avvenga, presumibilmente dal 4 maggio p.v., nel più rigoroso rispetto delle prescrizioni di sicurezza che saranno individuate d’intesa con le autorità sanitarie e gli organismi scientifici».